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Nato a Pisa nel 1922 fin dalla giovinezza dimostrò una particolare dualità di interessi unendo la passione per l’arte ad una laurea in matematica. Ebbe il suo esordio artistico a ventiquattro anni in una galleria cittadina dove portò un ciclo di quadri figurativi dal gusto espressionista: fu la profonda amicizia con l’allora direttore della Domus Galileiana di Pisa, Seb Timpanaro, che lo portò a riflettere su uno stile più astratto e meno didascalico, adottato poi negli anni successivi. Nacquero così i “Gridi” ovvero tele che al proprio interno avevano lettere, simboli e punti cardinali anticipando quasi i motivi della pop art americana di Robert Indiana, Jasper Johns e Robert Rauschenberg.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, invece, le opere si riempirono di elementi geometrici come suggerito dal Movimento Arte Concreta (MAC) a cui Bertini si unì nel 1950, per poi, qualche anno dopo, liberarsi da qualsiasi rigore per dare spazio alla totale libertà espressiva. Egli, infatti, grazie alle lunghe chiacchierate veneziane con il pittore Tancredi, interiorizzò gli stimoli ricevuti da Max Ernst e Jackson Pollock, trasformandoli in energiche macchie di colore spalmate sulla tela. Nello stesso periodo cominciarono a comparire nelle composizioni quegli elementi meccanici che diventeranno poi centrali nella produzione successiva, e che nella visione del maestro sono il fulcro portante della rappresentazione del nostro tempo: i titoli sono spesso rimandi a storie senza tempo come gli episodi mitologici trasformando le tele nelle tavole di moderni comandamenti.

Questi furono anni estremamente intensi e ricchi di riconoscimenti internazionali con mostre organizzate a Bruxelles, Copenaghen, Schiedam e Amsterdam. Dal 1960 Bertini evolse nuovamente il suo modo di fare arte: ora toccava al collage di ritagli di giornale e alla tecnica del riporto fotografico, evoluzione che lo portò nel 1965 a firmare il manifesto della Mec – art (Mechanical art). Tale movimento aveva come obbiettivo lo sfruttamento di tutti i procedimenti fotografici per ottenere lo sviluppo meccanico di una nuova ed inedita immagine successivamente modificata dal pittore sulla tela. Gli anni a venire furono una successione di immagini mass – mediatiche alternate a tele testimoni di rinnovati slanci pittorici fino ad arrivare ad ombre e profili anonimi di uomini e donne immersi in fondali meccanici. Le cinque opere proposte fungono da pretesto per ripercorrere l’evoluzione dell’arte di Bertini: partendo dalle dinamiche composizioni degli anni Cinquanta si arriva fino al una tela degli anni Novanta dove un uomo e una donna ballano sospesi dentro alla musica e a ciò che la riproduce.

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Intervista a Gianni Bertini registrata nel 2017