Alberto Salietti, Ritratto di Delia Accetti

Il 26 marzo 1923, nell’elegante cornice della galleria del cavalier Lino Pesaro – che allora si trovava in via Manzoni laddove oggi vi è il Museo Poldi Pezzoli – si inaugurava la mostra di un gruppo di pittori appena nato, i “Sette pittori del Novecento”. Una prima fugace mostra pubblica avvenne, in realtà, sempre nelle stesse sale, il 7 dicembre 1922, una data scelta in maniera non casuale – essendo il giorno in cui a Milano si festeggia Sant’Ambrogio – per suggellare l’appartenenza milanese del gruppo. I sette pittori che vi partecipavano erano: Emilio Malerba, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci, Piero Marussig, Mario Sironi. Il gruppo era patrocinato dalla fervida attività critica e diplomatica di Margherita Sarfatti. Sarà infatti quest’ultima a firmare la presentazione in catalogo del gruppo in occasione della XIVa Biennale di Venezia tenutasi l’anno successivo. In questa occasione però i primi dissidi iniziarono a minare l’unità di esso: Ubaldo Oppi, infatti, invitato da Ugo Ojetti, ottenne una sala a lui esclusivamente dedicata (la sala numero 38), e il resto del gruppo, pertanto, si presentò orfano di un componente in un’altra sala (la sala n. 22) con la Mostra di “Sei pittori del ‘900”.

Esso, pertanto, si sciolse nel maggio del 1924 per ricostituirsi all’inizio del 1925, in occasione della III Biennale romana, con una compagine in cui, oltre a Sironi, Funi, Dudreville, Malerba, Marussig, le fila erano state allargate anche ad Arturo Tosi, Aldo Carpi, Pompeo Borra, Mario Tozzi, Ugo Piatti, ed infine anche ad Alberto Salietti, a cui fu affidato anche il ruolo di segretario, che gli permise, intrattenendo rapporti tra artisti, studiosi, cultori d’arte con una ineguagliabile abnegazione, di guadagnare la stima e il rispetto di tutti.

Gli intenti artistici di tale movimento, tuttavia, devono essere ricercati in un momento antecedente, nel 1920, periodo in cui la voglia di rinnovamento che albergava nell’animo di un gruppo di pittori, portò al tentativo di enucleare nuovi principî estetici che avevano nella “sintesi” il fondamentale elemento di novità, il quale avrebbe dovuto costruire intorno a sé un nuovo ideale di modernità, basato sull’originale rilettura degli elementi proprî della classicità. In realtà l’intuizione fu di Margherita Sarfatti, la quale, a seguito del definitivo trasferimento a Milano, nel 1919, di Mario Sironi, non si fece scappare l’occasione di riunire intorno a costui altri nomi del panorama milanese – in primis Achille Funi – per dare vita ad un fronte meneghino da contrapporre all’esperienza romana di “Valori Plastici” (rivista edita dal 1918 al 1922 sotto la guida del collezionista e pittore Mario Broglio).

Tali comuni intenti in effetti erano presenti già da qualche tempo in Italia e in Europa, quale risposta al dramma della Guerra, che aveva sconvolto gli animi e convinto anche gli artisti che, dopo tanta barbarie, fosse opportuno se non necessario un “ritorno all’ordine”, termine che generalmente contraddistingue tutta la stagione artistica post-bellica (sebbene sia derivato da una raccolta di saggi di Jean Cocteau, Le rappel a l’ordre, edita nel 1926).

Definire con precisione i canoni estetici del “Novecento” non è semplice, in primis perchè il movimento non stilò un vero e proprio programma teorico ufficiale. Le parole di Margherita Sarfatti ci aiutano a capire quanto ampia fosse la cornice immaginaria di uno stile di cui era ben definito soltanto l’intento: “Gli altri camerati del gruppo navigarono di persona il périplo e girarono il Capo delle Tempeste: aria, luce, complementarismo, poi le deformazioni e il cubismo, e ora la sintesi di una nuova e arricchita saggezza; i valori consacrati riprendono l’imperio gerarchico, non per tradizione, per libera scoperta e riconquista” (cfr. M. Sarfatti, Mostra di “Sei pittori del ‘900”, in AA. VV., Catalogo della XIVa Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia MCMXXIV, Officine grafiche Carlo Ferrari, Venezia 1924, p. 76).

Gli studi più recenti hanno fatto luce su tali aspetti evidenziandone le fattispecie tipiche e le differenze con cui i vari componenti hanno interpretato il canone novecentista. In occasione della mostra tenutasi a Milano presso lo Spazio Oberdan nel 2003, Elena Pontiggia, Nicoletta Colombo e Claudia Gian Ferrari, hanno offerto al pubblico una lucida e dettagliata ricostruzione non solo della genesi e sviluppo del movimento, ma anche di tutto il panorama culturale che gravitava attorno ad esso. Possiamo pertanto delineare i tratti comuni di tale poetica, nella fase in cui più ci interessa ai fini della presentazione dell’opera, ovvero in quella strettamente “milanese”, negli anni che vanno dal 1920 al 1924 (a loro volta diversi da quelli del “Novecento italiano”, che va dal 1926 in poi, in ragione dell’allargamento della cerchia ad un numero ancor maggiore di componenti). Il saggio introduttivo al catalogo citato, della studiosa Elena Pontiggia (E. Pontiggia, N. Colombo, C. Gian Ferrari, op. cit, p. 11), riassume il canone stilistico del “Novecenteo milanese” in quattro punti:

“la costruzione della forma volumetrica caratterizzata dalla sintesi, cioè da un’essenzialità e da una semplificazione purista”;

“la composizione, cioè l’ideazione e la costruzione dell’opera secondo proporzioni e schemi, che superavano la casualità della visione tipica del verismo e dell’impressionismo”;

“la precisione della linea, cioè del contorno e del disegno, che eliminava ogni emotività e incertezza segnica”;

“la sobrietà del colore, subordinato alla forma e lontano dal pittoricismo e dalle accensioni cromatiche”.

Con queste premesse è più agevole comprendere come l’opera presentata costituisca uno degli esempi più felici della ritrattistica di Salietti, eseguito in un momento storico (il 1923) in cui il suo stile è particolarmente affine a quello dei pittori del Novecento, di cui farà parte subito dopo.

Il dipinto è in relazione con altri esempi coevi, a partire da Giovinetta alla finestra (1921; cfr. Fig. 4), con il quale partecipa alla Biennale di Venezia del 1922, oltre all’opera intitolata Interno (1924; cfr. Fig. 2), esposta alla Biennale del 1924, la stessa in cui partecipano i “Sei pittori del Novecento” (in quell’occasione va ricordata anche la partecipazione di Virgilio Guidi con l’opera In tram), ma anche con il dipinto dal titolo Madre (1921; cfr. Fig. 3). Quale ulteriore testimonianza dell’influsso che i capiscuola del Novecento ebbero su Salietti, è utile citare anche un altro capolavoro dell’artista ravennate, ovvero Ritratto di ragazzo (1927-28; cfr. Fig. 1), nel quale è ravvisabile l’esempio della grandiosa opera Umberto Notari nello studio di Piazza Cavour a Milano (1921), di Achille Funi.

Eseguito sulla scorta degli esempi tardoquattrocenteschi, il nostro dipinto si basa su un’autonoma interpretazione del canone novecentista, in cui, a differenza della levigata e statuaria marmoreità di Funi, prevalgono il realismo e il naturalismo che permettono, con uno stile misurato e mai retorico, una sottile indagine psicologica del soggetto, a cui fa da sfondo un paesaggio (con ogni probabilità ligure), incorniciato dai tendaggi in cui le trine ricamate, con un gioco di alternanze cromatiche, mettono in risalto la figura principale contribuendo a conferire alla composizione un carattere monumentale e intimo al tempo stesso. Il particolare uso della materia, altresì, è volto a sottolineare la dicotomia tra il primo piano e lo sfondo: la giovane protagonista infatti è resa con pennellate molto grumose, osservabili soprattutto in corrispondenza dei capelli, mentre il cielo è risolto con una stesura molto magra, che riverbera il risalto del soggetto sul resto della scena.  

Un aspetto molto importante è rivestito dalla composizione, studiata sulla centralità della figura, e sulla rigida geometria in cui è ambientata la scena, aspetto che invera forse più di ogni altro l’ideale di “moderna classicità” a cui il “Novecento” anelava, e che ci restituisce un’immagine senza tempo, testimonianza di una sensibilità e di un’epoca che ormai non ci sono più.

 

 

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

Fig. 4

Per approfondire il “Novecento” qui di seguito la conferenza di presentazione di una mostra organizzata nel 2018 con la collaborazione di Nicoletta Colombo, Elena Pontiggia e Daniela Ferrari.