Philip Andreevich Maliavin

Philip Maliavin nacque in una delle città del governatorato di Samara (Russia) nell’ottobre del 1869. Figlio di contadini, si dimostrò interessato all’arte già in giovane età, rivolgendo la sua attenzione alla produzione locale: dalle decorazioni delle chiese (che amava ricopiare a carboncino) ai quadri votivi dei pellegrini che attraversavano la sua regione alla volta del Monte Athos (grande meta di pellegrinaggio per il cristianesimo ortodosso), tutto per lui era nutrimento per la sua creatività. In particolare, la visione di queste ultime lo ammaliò talmente tanto da convincerlo ad andare egli stesso presso i monasteri che costellavano quel luogo sacro: nel 1885, all’età di sedici anni, studiò pittura, in particolare quella relativa alle icone, al Monastero di San Panteleimon. Qualche tempo dopo, si recò nello stesso luogo lo scultore russo, nonché  direttore dell’ Accademia Imperiale, Vladimir Beclemisceff che rimase  molto colpito sia dalla storia di Maliavin che dalle le sue opere e lo invitò a seguirlo a San Pietroburgo dove continuò i suoi studi all’Accademia d’Arte.

Nel 1899, all’esame per ottenere il diploma d’arte si presentò con un grande quadro, forte, vigoroso e originale dal semplice titolo “Contadine russe”: un gruppo di robuste donne dagli sgargianti abiti domina la tela, propagando la loro solare, e quasi sguaiata, risata oltre i bordi del quadro. I professori dell’Accademia non furono assolutamente pronti alla visione di un’opera di tale impatto e gli negarono il diploma: nel 1900 la stessa tela fu esposta all’Esposizione Universale di Parigi, mentre nel 1901 dominava la sala russa alla Biennale di Venezia con il più efficace titolo “Il riso” e venne direttamente comprata dal Comune per la Galleria d’Arte Moderna della città, dove ancora si trova. Negli anni successivi Maliavin ebbe l’occasione di esporre in numerose città europee come Parigi, Berlino e Milano. Fu proprio durante uno dei viaggi in Italia e forse proprio in occasione di alcune esposizioni tenutesi a Milano tra il 1929 e il 1930, che il maestro ebbe probabilmente l’occasione di conoscere il proprietario (noto avvocato ed intellettuale milanese) dei tre disegni presentati ed eseguire inoltre il suo ritratto. A Milano le sue opere vennero subito riconosciute per la loro immediatezza e vivacità, come è possibile leggere in un articolo dell’epoca: “la festosità dei soggetti contadineschi – danze, cori, giuochi, scene di letizia rusticana, – il fuoco della tavolozza – rossi ardenti, viola carichi, verdi schietti, giallo accesi, – la gaiezza pittoresca dei costumi, manti vividi e scialli fiorati” (Corriere della Sera, 14 febbraio 1929). 

Da sinistra: l’avvocato Carlo Accetti, lo scultore Carlo Bonomi, il gallerista Lino Pesaro, il fotografo Mario Castagneri, 1930 circa.

(foto tratta da: E. Pontiggia, N. Colombo, C. Gian Ferrari, Il “Novecento” milanese. Da Sironi ad Arturo Martini, Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano 2003, p. 49; Archivio Alinari, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari, Archivio Castagneri, Firenze).

La danza e la musica

Il tema delle danze popolari è ricorrente nelle opere di Maliavin, in particolare in quelle eseguite attorno agli anni Trenta: il primo disegno presentato sembra essere sovrapponibile alla figura di danzatrice che troviamo in numerosi quadri di quel periodo (cfr. immagine a sinistra). La figura è proposta con ricchi abiti tradizionali mentre esegue alcuni passi di danza tipici, come il gesto di aprire le braccia, su una melodia sicuramente molto ritmata: l’abito è gonfio e il grande fazzoletto legato in vita è sorretto con la mano destra, proprio come si usa durante l’esecuzione della Pliaska. Anche nel secondo disegno la musica e il ritmo sono centrali: nella composizione infatti troviamo addirittura rappresentato un suonatore di fisarmonica, strumento molto utilizzato nella musica russa, mentre l’espressione della coppia ci aiuta ad immaginare l’atmosfera gioviale e di lieta allegria di un una festa di paese.