La forza delle donne negli scioperi minerari spagnoli

Nel 1962 nella regione delle Asturie, zona nota per l’estrazione di carbone, si tenne uno dei più importanti scioperi della Spagna di Francisco Franco. Le proteste sociali e politiche durarono mesi e coinvolsero migliaia di lavoratori che erano ormai stremati dalle condizioni di lavoro nelle miniere: in particolare le paghe erano ferme da molti anni e non erano mai state adeguate alla crescita dei prezzi che erano lievitati del 200%. Nelle miniere non vi lavoravano solo uomini, ma anche donne: solitamente venivano assegnate a queste i lavori più umili e molte volte sostituivano i mariti che si ammalavano di silicosi, percependo però la metà della paga. Furono proprio le donne dei bacini minerari a rendere tale sciopero possibile: furono in grado di creare una rete silenziosa di solidarietà tra le famiglie dei minatori (questo permise di protrarre lo sciopero per mesi) e inoltre furono le fautrici materiali della propaganda anti franchista che riuscì a propagarsi in tutti bacini minerari. Per la prima volta inoltre organizzarono i cosiddetti “picchetti”  in modo tale da non far entrare a lavorare i loro colleghi uomini. Costantina Perez, Celestina Marron e Anita Sirgo furono le tre donne simbolo della protesta e anche le spettatrici degli atroci abusi che la Guardia Civil, in segreto, infliggeva ai manifestanti. Nel 1963 succedette un nuovo capitano della Guardia Civil, Antonio Cairo Leiva, che continuò la dura repressione: prelevò dalle proprie case Anita e Tina e le interrogò facendole picchiare così ferocemente da far perdere ad una l’udito e all’altra indebolendola così tanto da procurarne la morte due anni dopo. Nessuna delle due parlò e come ulteriore umiliazione il generale ordinò che alle giovani venissero rasati i capelli: nel momento del rilascio venne chiesto loro di coprirsi il capo, quasi a voler nascondere le conseguenze dell’interrogatorio, ed entrambe si rifiutarono. A tale rifiuto la Guardia Civil reagì facendole rinchiudere in carcere fino alla ricrescita dei capelli. 

Nello stesso anno un gruppo di intellettuali decise di scrivere una lettera al governo denunciando i grandi soprusi subiti dai minatori: il governo franchista non ammise mai di aver usato la forza nella repressione ma non poté negare la rasatura dei capelli delle due donne. Eduardo Arroyo decise di immortalare l’immagine di Costantina Perez rasata e di trasformarla in un vero e proprio manifesto di protesta: così come un suo illustre predecessore, Francisco Goya, rappresentò la resistenza delle truppe madrilene all’armata francese durante la guerra di indipendenza spagnola, così Arroyo condensò nell’immagine di Costantina anni di lotte civili. Arroyo ripropose più volte alla fine degli anni Sessanta questa figura declinandola su diversi supporti e con diverse rese: qui la donna viene celebrata con indosso dei vestiti e gioielli molto simili a quelli proposti in un suo disegno del 1921, intitolato Portrait d’une danseuse espagnole (cfr. Fig. 1). E’ qui la forza simbolica: Costantina non nasconde le violenze subite, ma le esibisce diventando così lei stessa il simbolo della resistenza.

Per approfondire di seguito un cortometraggio realizzato dalla regista Amanda Castro dal titolo “A golpe de tacòn” che parla proprio della triste vicenda: