Ercole Rosa

Frine fu una famosa etera greca nata nel IV secolo a.C.  originaria di Tespie ma vissuta in prevalenza ad Atene. Dotata di grande fascino ed eleganza, divenne ben presto una delle donne più ricercate, e in qualche modo, potenti della città: fra i suoi amanti vi erano infatti personalità di spicco sia della politica che della cultura, come lo scultore Prassitele. Pare che quest’ultimo la avesse addirittura utilizzata come modella per l’esecuzione di alcune statue che ritraevano Afrodite, ma ovviamente non vi è nessuna certezza su questo aneddoto se non la sacrale bellezza che la donna doveva suscitare. Benché molto accorta e riservata, ben presto la sua notorietà cominciò a diventare scomoda e probabilmente verso il 347 a.C. venne accusata di empietà, stesso crimine per cui venne condannato a morte Socrate, per aver organizzato un nuovo culto e aver corrotto alcuni giovani ateniesi: molto probabilmente gran parte di queste accuse erano state mosse da amanti respinti o da cittadini infastiditi dall’agiatezza economica e dall’indipendenza che questa donna era riuscita ad ottenere. Durante il processo, Frine venne difesa da Iperide che per l’occasione compose una delle migliori orazioni, oggi perduta, che però non bastò a convincere i presenti dell’innocenza della giovane: sentendosi ormai sconfitto, Iperide allora compì un gesto inaspettato, ovvero denudò Frine.

Il momento del disvelamento del corpo venne ripreso in numerose opere d’arte, tra cui quella presentata: la giovane porta le mani al volto per celare l’imbarazzo derivato da quella nudità esibita che non era solita sostenere. Pare infatti che Frine fosse molto accorta nel vestire e non esibisse mai parti del suo corpo nudo, che d’altra parte era riservato esclusivamente ai suoi selezionati amanti, e che utilizzasse piuttosto abiti molto stretti, che suggerivano maliziosamente le sue forme.  Il gesto di Iperide, per quanto improvviso e apparentemente bizzarro, era però in un certo qual modo coerente con la concezione della nudità nella Grecia antica: il gesto di scoprire il seno infatti era legato al concetto di pietà come dimostra un passo del libro XXII dell’Iliade, quanto Ecuba, madre di Ettore, lo prega di non andare a combattere Achille, denudandosi il petto e chiedendogli misericordia. Va ricordato inoltre che Frine era dotata di un’estrema bellezza e che tale bellezza nel mondo greco avvicinava l’essere umano alle divinità: era impossibile quindi giudicare colpevole di reato un essere così bello da essere quasi la manifestazione di Afrodite. La giovane quindi venne assolta e questo episodio rimase uno dei più famosi dove l’aspetto esteriore vinse sulla retorica. Tale risultato non deve stupire: ancora oggi il concetto di “bello” è legato al concetto di “buono” e molte volte è di uso comune utilizzare la parola brutto per intendere qualcosa di “cattivo” soprattutto in determinare aree geografiche o in determinati discorsi (come quelli affrontati con i bambini). Dello stesso artista si ricorda il monumento a Vittorio Emanuele II commissionato dal re Umberto I e collocato nel centro della piazza del Duomo di Milano.

Per approfondire:

Istituto Veneto

La professoressa Irene Carnio commenta il processo all’etera nell’Atene del IV secolo a.C. Nel romanzo di Anatole France Taide, il filosofo cinico Nicia si rivolge a Panuzio, monaco del deserto della Tebaide, e definisce così la bellezza: «La bellezza è la cosa più potente che vi sia al mondo». Le sue parole esprimono assai bene cosa fosse la bellezza per i greci.