La duchessa Felicita Bevilacqua La Masa e gli artisti veneziani

 

 

Gli artisti Seibezzi, Gianquinto, Vedova, Deluigi, Boscolo Natta, Velludo, autori dei lotti che seguono (17-25), furono indissolubilmente legati all’Opera Pia Bevilacqua La Masa. Alcuni di essi cominciarono la propria attività espositiva grazie alle mostre collettive organizzate ogni anno da tale istituzione, altri furono titolari di uno studio presso i locali donati alla città dalla duchessa Felicita Bevilacqua La Masa.

Lascio il mio Palazzo di Venezia e la casetta nella fondamenta unitavi al Municipio di Venezia colla condizione che non possa mai in perpetuo essere in tutto o in parte venduto, ceduto, né permutato, e serva agli usi seguenti: l’ultimo piano per gli studi di giovani pittori studenti poveri, concessi gratuitamente, o con tenuissime pigioni; il 2° piano nobile da appigionarsi onde ritrarre i mezzi per sopperire alle spese di manutenzione; il 1° piano nobile e gli Ammezzati dovranno servire in tutto in parte, ad Esposizione permanente d’arti, e d’industrie Veneziane, a profitto, specie dei giovani artisti, ai quali è spesso interdetto l’ingresso nelle grandi mostre, per cui sconosciuti e sfiduciati non hanno mezzi di farsi avanti, e sono sovente costretti a cedere i loro lavori a rivenduglioli ed intercettatori che sono i loro vampiri (…). Il palazzo dovrà essere intitolato “Opera Bevilacqua La Masa” con lapide murata nella facciata e porta di terra, e conservato col massimo decoro.

 

(testo tratto dal Testamento olografo del 18 febbraio 1898 della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa)

L’Opera Pia Bevilacqua La Masa nacque per disposizione testamentaria della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, donna di grande carisma e coraggio vissuta nell’Italia risorgimentale. Fu la colonna portante della sua famiglia dopo la scomparsa dei due fratelli, e affrontò con onore sia i debiti di guerra imposti dall’Austria, sia quelli contratti dal fratello minore, che conduceva uno stile di vita molto dispendioso (lui stesso comprò il palazzo di Ca’ Pesaro sul Canal Grande a Venezia, oggetto del testamento). Sposò il generale Giuseppe La Masa nel 1858 dopo ben tredici anni dal loro primo incontro, e con lui condivise gli ideali di giustizia e di gloria per la patria. Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1881, si ritirò stabilmente a Ca’ Pesaro probabilmente per meglio gestire i debiti che ancora gravavano sul suo patrimonio: qui pian piano condensò tutti gli ideali che l’avevano sempre guidata nella vita, come l’amore per la patria, per la famiglia e il desiderio di fare del bene agli altri sino ad 

arrivare alla redazione di quello che fu per lei quasi un manifesto, il testamento del 1898. In esso infatti riassunse tutta la sua vita, senza dimenticare i torti subiti (celebre è la frase: “Ho perdonato, ma non dimenticato!”) e sottolineando tutti i valori che l’avevano sempre guidata. Da qui l’idea di creare un luogo, precursore delle moderne factory, dove i giovani artisti potessero trovare sostegno e rifugio: molti artisti (come quelli presentati nelle pagine successive) vennero accolti nei primi anni dalla loro carriera da questa istituzione ed ancora oggi è possibile, per i giovani che ne fanno richiesta, affittare negli stessi locali, uno studio per lavorare sulla propria arte. Bisogna specificare inoltre che negli anni Venti il Comune di Venezia decise di destinare Ca’ Pesaro (il palazzo a cui faceva riferimento la duchessa) a Museo di Arte Moderna, e di spostare gli studi degli artisti in un palazzo poco lontano, palazzo Carminati (ecco perchè negli scritti riportati alcune volte si fa riferimento a quest’ultimo)

Fioravante Seibezzi: titolare dello studio dal 1926 al 1936

 

Quando Seibezzi diventò titolare dello studio aveva soli venti anni ed è lì che molto probabilmente strinse amicizia con l’artista Juti Ravenna (anche egli titolare di uno studio dal 1923 al 1941): insieme si recavano a dipingere all’aperto a Burano per immergersi  nel chiarismo che aveva reso l’isola la meta (insieme a Milano) per chi voleva sperimentare una “pittura di luce”.

Con i suoi compagni di strada di Palazzo Carminati, Seibezzi era ancorato ad una pittura di sensazione, o meglio a quella “pittura pura” che discende “per li rami” da Tiziano e da Veronese. La visione diventa puro fenomeno, non si carica di significati: il segno e la macchia restano tali, riflesso di una realtà vista soltanto attraverso gli occhi.

(cfr. P. Rizzi, Seibezzi: l’eccezionale giovinezza di un Pittore in AA. VV., Seibezzi. Opere dal 1926 al 1932, catalogo della mostra, Gall. Fidarte, Mestre – Venezia, 1972).

Accanto: immagine tratta dalla mostra n. 430 della Galleria del Cavallino.

 

Alberto Gianquinto: le mostre collettive, i premi

 

Si può dire che Alberto Gianquinto fu letteralmente “scoperto” dalla Bevilacqua La Masa. Cominciò infatti a partecipare alle sue collettive già all’età di ventiquattro anni: la sua prima esposizione infatti avvenne nel 1953 ed il Primo Premio per la Pittura arrivò già l’anno successivo, vinto a pari merito con Carmelo Zotti. La sua partecipazione si confermò ogni anno e nel 1958, all’alba della sua prima personale, conquistò nuovamente il Primo Premio per l’opera “Natura morta con coltello”. In quello stesso anno lo storico Giuseppe Mazzariol lo definì come “uno dei fatti salienti e definiti della cultura artistica italiana più recente e avanzata”.

Accanto: immagine tratta dalla mostra n. 385 della Galleria del Cavallino.

 

Emilio Vedova: titolare dello studio dal 1940 al 1946

Terzo di sette fratelli e proveniente da una famiglia di operai ed artigiani, Emilio Vedova incarnava il giovane artista di umili origini a cui la duchessa Bevilacqua La Masa pensava scrivendo il suo testamento. Fece richiesta per uno studio e lo ottenne.

 

Faccio una domanda all’Opera Bevilacqua La Masa per uno studio. L’ottengo. Gli studi sono dati ai pittori più poveri di Venezia. Ho delle credenziali sufficienti. Prendo dunque alloggio in una delle soffitte di Palazzo Carminati. I muri delle scale medievali sono segnati di scritte come i muri delle prigioni. Quando la porta si chiude, si chiude ancora quel poco di mondo che resta alle tue spalle. Lo studio consiste in quattro pareti – toppe senza buchi. In alto con una scala si può vedere da un abbaino una Venezia dall’alto; quante volte me la son vista, ed ho parlato con lei…con dialoghi stridenti, acuti e stentati. Sulla testa un lucernario. Quando piove dieci barattoli messi nei punti strategici suonano le note dello squallore. Di queste soffitte di palazzo veneziano c’era ormai tutta una letteratura; colà son passati i pittori lagunari, alcuni si sono ammazzati, altri impazziti, e i più fortunati scappati. È testualmente così. Oggi il Palazzo, su rivendicazioni sociali, non è più quello ‘estremo loco’. C’è una doccia, il telefono, muri dipinti, pulizia, e tavolozzine sulle porte.

(E. Vedova, Pagine di diario, Galleria Blu Editrice, Milano 1960, p. 17).

 

Mario Deluigi e lo studio a San Trovaso

 

 

Anche Mario Deluigi cominciò la sua attività espositiva alla Bevilacqua La Masa, per l’esattezza partecipando alla XIX Collettiva nel 1928. Da lì a poco la sua carriera cominciò a registrare numerosi successi tra cui la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1930 e le prime personali nelle gallerie come quella del Cavallino nel 1944. Egli, pur rimanendo sempre legato alle esposizioni che si tenevano a Ca’ Pesaro, fece della sua casa un’altra istituzione della città, ovvero l’istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV). Qui infatti venne chiamato ad insegnare Scenografia dal 1946 al 1971 e sempre qui vi stabilì il suo studio all’ultimo piano dell’edificio di San Trovaso. Sicuramente l’espressione artistica di Deluigi necessitava di una profonda concentrazione, di tranquillità e di molta luce, tutti elementi che riuscì a trovare in quello studio.

 

 

Domenico Boscolo Natta: titolare dello studio dal 1956 al 1960 e poi riconfermato fino al 1967

 

Nato a Chioggia nel 1925, Boscolo Natta dimostrò la sua attitudine al disegno già in età scolare esercitandosi con i ritratti di familiari ed amici. Dopo la triste parentesi della Guerra si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia e cominciò a partecipare ai primi concorsi di pittura lagunari. Oltre a frequentare gli studi di Palazzo Carminati, intraprese numerosi viaggi fuori dall’Italia, in particolare in Spagna. Lì si recò prima attorno al 1960, organizzando un’importante mostra presso la Galleria Abril di Madrid, e poi di nuovo agli inizi degli anni Settanta per immergersi, con rinnovato entusiasmo, all’interno delle dinamiche internazionali. Il quadro presentato, realizzato nel 1974, raffigura infatti un paesaggio spagnolo, per l’esattezza una delle più belle cittadine tra i pueblos blancos dell’Andalusia, Arcos De La Frontera.