“Roma, 5 marzo 1941.

Gentilissimo Balla, sentivo vivo il bisogno di ringraziarla per

avermi fatto trascorrere nel suo studio, sabato scorso,

un pomeriggio che non dimenticherò. Dissi alla sua figliola

che i suoi quadri sono più belli del vero…[…].

Cordialmente

il suo ammiratore Angelo Baiocchi”.

(testo tratto da: Elica Balla, Con Balla, Multhipla Edizioni,

Milano 1984 – 1986, Vol. 3, p. 180).

Giacomo Balla, Autoritratto, 1902 circa.

Custodito per oltre ottant’anni nell’ambito della stessa famiglia, l’opera presentata è appartenuta al Professor Angelo Baiocchi, un intellettuale che ha avuto il privilegio di stringere una vera e propria amicizia con Giacomo Balla, sin dai primi anni Quaranta. La vicinanza del Professore alla casa di Balla è testimoniata dai ricordi della figlia Elica, raccolti in uno dei testi-cardine riguardo alla biografia del grande artista (E. Balla, Con Balla, edito in tre Volumi da Multhipla Edizioni, Milano 1984 – 1986). In esso si apprende come il Professor Baiocchi fosse sempre entusiasta nel vedere le opere di Balla e amasse acquistarne per la sua collezione personale, ma soprattutto come la frequentazione della casa dell’artista non fosse una mera visita interessata all’acquisto di dipinti e disegni, ma un momento di confronto aperto con tutta la famiglia del pittore. Si scambiavano opinioni in primis sul conflitto bellico in atto, che sconvolgeva gli animi della gente in quel periodo; la dicotomia tra ciò che accadeva nel mondo e l’abnegazione con la quale invece Balla e famiglia amassero parlar d’arte con il Professor Baiocchi permette di comprendere quale posto essa occupasse nel loro animo. In una missiva del Prof. Baiocchi indirizzata a Balla si legge: “Il vero in arte non è l’eco che la carità rimanda o lo specchio di acque argenteo che mostra la luna alla luna e Narciso a Narciso: il vero in arte è l’unità di una cosa con se stessa, l’esteriore esprimente l’interiore, l’anima fatta adeguata alla carne e il corpo adeguato allo spirito” (cfr. E. Balla, op. cit, Vol. 3, p. 180).

I primi anni del Novecento costituiscono per Balla un periodo particolarmente felice per il ritratto: proprio nel 1902, alla LXXII Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti (tenuta nei mesi da febbraio a giugno), egli espone ben undici ritratti su un totale di tredici opere presentate. Sono anni in cui le sue sperimentazioni sono animate da un lato dagli intenti divisionisti a cui si avvicina in più di una occasione – permeati dall’esperienza francese di cui è protagonista a Parigi all’inizio del secolo – e dall’altro allo studio del movimento, che lo condurranno verso una peculiare interpretazione della figura umana ed in particolare del ritratto. Un aspetto da evidenziare è come la fisionomia dell’artista cambi nel corso degli anni, dal primo Autoritratto risalente al 1894, agli ultimi esempi della sua carriera. La coerenza dei tratti somatici dell’opera presentata con il periodo storico è testimoniata da una foto che ritrae Balla durante il suo soggiorno parigino del 1900 (cfr. Fig. 1). Il 1902 è poi un anno particolarmente fortunato in quanto offre un vero capolavoro come termine diretto di paragone, l’Autoritratto (cfr. Fig. 2; olio su tela, cm 59×43,5) oggi parte delle Collezioni d’Arte della Banca d’Italia a Roma, a cui l’opera presentata fa evidente riferimento, soprattutto nel taglio fotografico che accomuna entrambi i dipinti. 

Le parole del Professor Baiocchi sembrano indirizzarci all’analisi dell’opera qui presentata, risolta con pennellate svelte e dense di materia. La luce conferisce particolare intensità al ritratto, che lambisce la figura posta di tre quarti in cui i tratti somatici, appena accennati, lasciano intuire allo spettatore le sembianze del giovane artista.