Ganni Bertini, Se fosse Venere, 1975.

“Bertini ad alta quota” di Sergio Dangelo, 1974

 

Testo tratto dal catalogo della mostra personale di Gianni Bertini “Immagini della memoria” organizzata presso la Galleria dell’Annunciata dal 1 al 21 febbraio 1975.

Era, la primavera del 51, una delle tante della mia gioventù ma particolarmente felice. Wanda Osiris non era ancora caduta dall’epica scala, Duke Ellington era stato nostro ospite al Santa Tecla, Sartre aveva poggiato le spesse lenti sul banco del Jamaica, io provocavo uno scontro automobilistico in via Dante perché portavo una da duffle-coat, allora rivelato dal “Terzo Uomo”, e avevo capelli esageratamente lunghi. Bruno Boogie saltava all’Arethusa con le scarpe di sacco e, nel allora incruenta Chicago lombarda, le sole gags rivali erano la Milan College jazz Society e la Original Lambro Jazz Band seguite dai Rocky Mountain Old Time stompers tenuti a battesimo da Roberto Leydi. Proprio davanti al caffè Ponte di Brera a, dove mamma Lina clemente mi faceva credito, vidi attraversare a velocità insolita un uomo bruno, scolpito dallo stesso autore del Guidarello, di cui non ricordo mai il nome , con un abito tabacco perique, giacca senza collo e maglioncino bianco. Se Gianni Dova riusciva ad essere elegante nel suo completo color senape, sgominando per classe statura  i “Messieurs – Bien” dell’epoca e Peverelli si ornava di una cravatta papillon prima che gli echi di Gatsby raggiungessero la piazzetta Hayez, Gianni Bertini (era lui l’attra – versatore velocissimo) disegnava i propri abiti.   Collo ghigliottina, bottoni ambra cerchiata, pantaloni iopon e thaches e thaches dovute alla supersonicità del passaggio. Un pò timido (allora) io avevo già rinunciato alla lettura di Proust (i mattoni in bello stile mi tediavano già) e avevo optato per Horace Mc. Coy (consigliato anche da Franco Berutti) sapevo a memoria “l’Esibizionista” di René Char e avevo riportato da Parigi reumatismi, una alterazione cardiaca dovuta ai curiosi rumori dell’Hotel Bonaparte, il sorriso e una spallata di Boris Vian e un “Diario dell’impossibile” che ho bruciato qualche anno fa perché, dopotutto, bisogna anche rassegnarsi ad invecchiare. Roberto Crippa mi era stato presentato mentre scendeva da una moto di grossa cilindrata, di Dova e Peverelli frequentavo gli studi, e a  Max Huber invidiavo la precisione della verticali esposta alla Galleria Bompiani. Bertini non lo conoscevo. Sapevo vagamente che era toscano e laureato, ma lo si vedeva meno degli altri tavoli del Jamaica o alla “Titta” dove Carpi era chiamato Maestro quando “Maestro” significava anche amore e poesia, il banalismo e l’arrivismo non esistendo ancora, come movimenti artistici.   

Ma la velocità di attraversamento mi impose di conoscerlo meglio, cosa che risolsi tendendo semplicemente la mano, appena ebbe rallentato l’ammaraggio. Poi il dialogo tra noi “corse veloce” per restare in tema, e conobbi meglio lui, oltre i suoi quadri. Parlando con Bertini del suo lavoro non mi occorrevano dizionari toscano-italiani nè dizionari dei sinonimi. Mi bastava, per capire, collegare la sua parola con le pennellate larghe scure ascensionali, i titoli mitologici con gli inchiostri in giallo violetto e le lettere dalla A alla Z più qualcuna in più /tanto per cambiare un pò con la facilità dell’alfabeto etrusco) con la fotosintesi del suo passaggio.

Perché scrivo queste note a duemila metri di altezza nella foresta dove pigne verdi stanno ancora appese e larici più deboli hanno subito la devastazione di un vento in puro stile Capo Horn? E perché le scrivo mentre due voci al mio fianco, nel bosco, dialogano scambiandosi insolite frasi? Sono due bambine, non le vedo, e una chiede all’altra: “qual è il tuo fiore preferito?” “Non lo so” è la squisita, libera, sorprendente risposta. Quello che so io, al contrario, in questo momento, e che le tute e i caschi coloratissimi, tutti i motivi Haway delle nevi, i corpi giovani avvolti contro il freddo nella discesa libera, le grida e richiami in eco tranciati in diagonali, sono gli stessi, a mille chilometri di distanza, momenti proposti dalle tracciate a gran velocità dal Guidarello della primavera del ’51.

Con un minimo di sforzo, per me che credo alla leggenda del Pizzo Scalino, riconosco anche una grossa mano robusta e antica che fa “grip” sulla cima pià alta del ghiacciaio. Ci fu un “Dada Autyrol” nella storia, ed ecco la Mec- Art aggrappata alla montagna, Non so, naturalmente, come sarebbero riuscite queste note al mare, ma quello che avverto qui è un desiderio irrefrenabile di arte dipinta, scritta o sognata, esattamente come quando, nella città densa come panna acida, anelo (è il termine) alle distese più o meno immacolate e ad una parte di immagini non “create” dall’uomo. E qui mi salta agli occhi, come una frustata né di ghiaccio né di di smog,  “La Lampe Thetis” di acciaio e quarzo. Se la tragedia è una sensazione e mentre le cordate si spingono al rifugio, il rimedio alla valanga che si abbatte dai quattro punti cardinali e lo “Humour” in pillole che trasporta un San Bernardo ben addestrato. E qui Bertini mi capisce benissimo, lui l’autore di un volume interamente fatto con la carta gialla delle “Boucheseries”, dello squisito “Pensieri Libertini”, lui nudo e in posa alla Manet, primo esempio del talento auspicato movimento per l’emancipazione maschile, lui “Toscano- Jet” Che a Parigi c’è andato per incidere le infinite lapidi della Bertinizzazione, lui che disegna il frontespizio della “Bibliootheque Phantomas”, lui (flaneur des rives) Vicino ai poeti della letteratura clandestina; Gianni Bertini che conta, a sua insaputa, a 2000 m, i suoi 100 e più portabandiera, Alfieri del colore e di lettere strappate sul bianco della neve come sul fondo bianco della tela cui siamo condannati per scelta.

Gianni Bertini che mi disse un estate al Lido di Venezia (e in quella palude non correvamo affatto, eravamo nella tenda di Tino Stefanoni, il sole era caldo e ci muovevamo appena ): “qui è bello stare ma io sono felice solo quando lavoro “lui che incide dipinge e spara a zero dalle pagine di riviste a gran propaggine, che mette forme su fondo argento, geometrie, gridi nuova mitologia, lui in sodalizio con i fenomeni “saboteurs” del Nouveau – Realisme, in anticipo di un secolo sul Marchè Commun delle derrate alimentari, ma che è già una realtà poetica grazie alle sue immagini.    

Belle ragazze, caschi colorati, inchiostri e lavis , vamps di tre quarti con giarrettiere ostinatamente di moda, automobili ancora una volta come fiori, finestre porte che danno sul paesaggio di Bertini…

Cosa è cambiato dal 51?

Non ricordo chi scrisse “com’è il tempo si invecchia sei io ringiovanisco!” E non ho copia del mio diario bruciato; ma se, per improbabile che sia, qualche frammento andrà stamparsi (In tempo di miracoli tutto può accadere, n’est -pas, Gianni?) tra le sue lamiere, sagome umane e autoritratti, avrò la conferma del fatto che il mio veloce amico puoi evocare, a piacere, e fondere, classico e romantico, moderno e Ray cosmici, girasoli e presto idrauliche.

A qualcuno sembrerà esagerato; altri si meraviglieranno che esistono geografie degli affetti. Intanto io, correggendo l’avvio imprudente a questo testo e vedendo qui, oltre l’arcobaleno, un giallo acido che battezzo alla Bertini ho deciso di non invecchiare troppo in fretta. Cuore e memoria non conoscono le ingiuste ingiurie degli anni e l’amicizia vive a distanza come luoghi geografici che si apparentano tutti. Basta evocare le immagini che fanno parte dei nostri tesori; tesori non più nascosti dopo che il vento ha ghiacciato intieri covoni di fieno “Mec” è anche la sigla per “Memoria e cuore”.

Per approfondire si consiglia di visitare il sito della Galleria Annunciata dove è presente in formato digitale il catalogo da cui è stata presa questa introduzione:

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