Mario Deluigi,G.7.V.R.005, 1974 .

La stanza di Deluigi era all’ultimo piano del palazzo veneziano di San Trovaso, dove aveva sede lo IUAV, in cima a una scala di pietra molto ripida (che anche Samonà saliva regolarmente, perchè anche lui aveva lassù una sua cameretta). Era veramente una stanza (non uno studio da pittore). Con due finestre che guardavano il cielo verso mezzogiorno, verso le Zattere, e inondavano questo spazio di luce; una luce che variava d’ora in ora durante il giorno. Mario (che non studiava il trascolorare della luce guardando uno specchio d’acqua pieno di ninfee) aveva bisogno di tante diverse luminosità nella sua stanza, per fare i suoi quadri. Non l’ho mai visto all’opera. L’esercizio del suo lavoro richiedeva probabilmente solitudine. Al suolo però se ne vedevano, per così dire, le tracce.

C’erano decine e decine di lamette da barba. Tutte spezzate. Le spezzava lui stesso durante il lavoro, per trovare il filo sempre tagliente, per disporre sempre di una punta acuminata da tenere fra le sue dita. Erano “lame del capitano”. Ricordo un dettaglio così curioso, come la marca delle lamette, perchè noi tutti – architetti e studenti – usavamo queste lamette, allora, per cancellare le linee tracciate con la china sulla “carta da lucido”. (Chiamavamo questa operazione “grattare”, ma in realtà il foglio non lo si grattava: lo si raschiava usando la lama lungo il suo filo. Si grattava raramente, con una punta sola della lametta, quando si doveva asportare l’inchiostro da quel solco che nel foglio si imprimeva se si tracciava una linea con un pennino molto sottile). Deluigi non era un uomo schivo e solitario. Era una persona seducente ed elegante – questo io so – con quella pipa quasi sempre accesa che aveva in qualche modo conformato il suo labbro inferiore. Era intenso, senza venir meno a una particolarissima forma di naturale compostezza. Era quasi sempre animato da una vena di ironia. Dal punto di vista umano era, a suo modo, impulsivo; certamente più impulsivo di altri che frequentavano il nostro IUAV e che allora apparivano per qualche verso più risoluti, più “eroici”. Mi sono fatto l’idea che apparisse per qualche verso flemmatico, Mario, solo perchè il suo lavoro non tollerava sbalzi d’umore. I segni che tracciava dovevano essere sempre calibrati. Si sottoponeva ad un esercizio quasi orientale di rilassamento, per mantenere sotto controllo la propria energia e i propri impulsi.(…) Mario però non ha portato la lametta a ferire la tela, raggiungendo, al di là di essa, la celebrità di Fontana. Ricercava, Mario, quegli strati di colore che aveva sovrapposto, uniformi, l’uno all’altro e l’imprimitura bianca della tela che era sotto di essi. E operava in modo che le sottrazioni di colore operate con il moto regolare della sua mano – che sembrava ripetere sempre lo stesso gesto – divenissero segni. Conduceva dunque, con la lametta, un’operazione opposta a quella che praticavamo noi, architetti che la usavano per cancellare. Lui la usava per segnare. Per segnare attraverso un procedimento di sottrazione. In effetti egli incideva. Usava quella tecnica che in Venezia aveva conosciuto momenti di splendore, quando su lastre spesse di rame venivano incisi i segni tracciati con mano sicura, sulla carta, da Canaletto e da Tiepolo.

 

(A. Foscari, Michelangelo secondo lo IUAV, in F. Mancuso, a cura di, Lo Iuav di Giuseppe Samonà e l’insegnamento dell’architettura, Atti del Convegno, Complesso monumentale San Michele a Ripa Grande, ex Carcere Minorile, via San Michele 25, Roma, 13-14 dicembre 2004, Fondazione Bruno Zevi, Roma 2007, pp. 107,108).