Per restituire con estrema fedeltà la tumultuosità d’animo sotto la quale fu realizzato il presente disegno, si riportano di seguito alcuni brani tratti dal diario di Emilio Vedova pubblicato nel 1960.

L’immediato dopoguerra fu per Vedova una fase di grande intensità: concluso il periodo tra le fila della Resistenza sotto il nome di battaglia di Barabba, di cui sopravvissero come testimoni disegni svelti di scene vissute, egli ritorna a Venezia abbandonando il suo umido studio di Palazzo Carminati per trasferirsi in uno in fondamenta Bragadin. Sono anni di grande riflessione sulla pittura dove la sperimentazione è continua e il pensiero oscilla tra severe indagini sul cubismo e appassionati slanci verso l’espressionismo, sospinti dalla naturale inclinazione polemica dell’animo dell’artista. In particolare il 1946, anno di esecuzione del disegno presentato, è un susseguirsi di attività: a febbraio firma insieme ad altri compagni il Manifesto “Oltre Guernica”, nell’estate crea scompiglio alla prima edizione del “Premio Burano” staccando le proprie opere dal muro dopo aver appreso il nome del vincitore (considerato da lui come rappresentante di una ormai superata “pittura tradizionale”) e ad ottobre sottoscrive quello del “Fronte Nuovo delle Arti”.

Dalla guerra ero uscito in malo modo. Depresso anche moralmente. Troppo presto avevo visto il riaffacciarsi dell’opportunismo e dell’ambiguità dello ieri. Le cose per me non erano finite, e bisognava più che mai tenere. Decidemmo di incontrarci più pittori, nacque il “Fronte Nuovo delle Arti”. Firmato a Venezia il manifesto, a Palazzo Volpi il 1 ottobre 1946. Da questo gruppo nacque quella sala della XXIVa Biennale di Venezia, che segnava definitivamente la fine delle pratiche novecentiste e l’inaugurazione di una nuova stagione per l’arte italiana. Nel frattempo lasciai lo studio a Palazzo Carminati e già prima del 1946 ero nel mio attuale studio in fondamenta Bragadin. In questo studio io ho abitato anni tumultuosi… Rinnovate esperienze; ritenni che dovevo pulire la mia tavolozza da un colore irritato, maggiormente definire, stringere i piani; fu così che credetti di reagire attraverso i “collages” del “Pescatore”, “Cucitrice”, etc., ed una serie di disegni, pastelli, inchiostri, vedi 2° “Premio Nazionale

di Torino”. Una volontà tutta razionale. Il mio studio esplodeva di colori vivi, un esposto di carte laccate dai colori più puri, ora faceva mostra sulle pareti, e, per terra, ovunque esplosioni multiple di pezzi di carta colorata. Per ore dunque costruivo con tagli di carta, e le forbici erano diventate il mio pennello. Pensavo al Mediterraneo alla luce abbagliante di quel sole, a quella forza, ma era ancora una volta un mediterraneo espressionista, allucinato, teso. Da queste esperienze i quadri colorati in fortissimo, a stesure nette del 1946, e cominciano i miei quadri bianchi e neri, molto semplici, vedi “Poemetto della sera” della collezione Jesi, e altro nella Galleria d’Arte Moderna di Roma. Alla Biennale del 1948 riprendo il colore, ma di nuovo la “geometria nera” mi ritorna, ritenendola maggiormente espressiva del mio stato d’animo. […] Alla fine del 1950 passo una crisi, mi ribello contro tutta la geometria, il rigore dominante nei miei quadri e cerco di far vibrare il mio lavoro in una maggiore spontaneità; ora non mi preoccuperò più di tagliare profili netti, angolature esatte di luce ed ombra, ma scaturirà dal mio intimo direttamente luce e ombra, preoccupato unicamente di trasmettere l’immagine senza nessun revisionismo aprioristico legge, cosa che per lunghi anni avevo sentito.

(cfr. E. Vedova, Pagine di diario, Marsilio, Venezia 2019, pp. 30, 52).