Come per il veneziano Vedova, così per il milanese Mario Ballocco gli anni del dopoguerra rappresentarono un periodo particolarmente fervente dove le influenze neocubiste si alternavano alle inclinazioni espressioniste. Questi sono, infatti, gli anni della ricostruzione postbellica dove gli spazi vuoti creati dai bombardamenti vengono riempiti con idee nuove e soprattutto diverse, proprio a voler sottolineare la massima distanza da tutto ciò che aveva inevitabilmente portato ai conflitti mondiali. Non mancavano di certo i nostalgici della tradizione ma un nutrito numero di artisti accolse con entusiasmo lo stimolo a ripensare la poetica dando origine ad un nuovo punto di partenza. 

Nel 1948, di ritorno dal viaggio in Sud America, Ballocco evolse ulteriormente l’espressione indagando le valenze psico percettive del colore dando vita così ad un personale astrattismo espressivo riassunto nella serie dei Reticoli, delle Grate e delle Monadi. Il campo di studio era preciso e molto attuale: Ballocco infatti approfondiva da un lato la teoria sui colori sulla scia di Josef Albers, dall’altro quella sulla percezione applicando la cromatologia non solo all’ambito artistico ma anche a quello del design e della vita quotidiana (interrogandosi per esempio nelle applicazioni sociali del colore rispetto al suo uso negli ambienti pubblici). L’opera presentata appartiene pienamente al periodo dei Reticoli che si dipana circa tra il 1948 e il 1952: le componenti dominanti sono l’asimmetria e l’attenta articolazione cromatica dove si tiene conto sia della componente psico percettiva sia della relazione tra i vari piani di stesura (recto – verso). I lavori di questi anni assumono un forte significato proprio in relazione ai lavori degli anni successivi: a partire dal 1952 infatti, le geometrie si fanno pure e la modularità diventa un lavoro costante trasformando il carattere estetico – espressivo dei Reticoli in trattazione oggettiva di precisi fenomeni della percezione visiva.