Un servizio del 1951 che parla della situazione abitativa nella Roma del dopoguerra:
I miei orti

Quella così vicina ed estrosa zona periferica appena oltre Ponte Milvio, una volta così rustico, tanto romanescamente popolare quartiere, e che ora in piccola parte fa del tutto per resistere ad esserlo ancora, per me non era un ambiente adatto. Nei suoi dintorni non era possibile fermarsi a dipingere una miserabile bicocca a ridosso di una collina, senza correre il rischio di essere sospettato come amico del nemico, e finire al buio seduto su tre tavole a riflettere sulle umane idiozie. Che c’era una ragione lo seppi quando mi dissero che sotto quella pacifica gobba verde – nelle sue grotte – riposava una decrepita polveriera. Neanche poi se per la salvezza di Roma la presenza di un pittore in quei dintorni potesse essere tanto pericolosa. Ma la pittura, come è musica e poesia, è guidata da fatti prepotenti, all’artista stesso sconosciuti, che si impongono a qualsiasi avversità. Se avessi potuto avrei potuto starmene nel chiuso di una stanza, ma alla mia pittura sapevo che piaceva respirare all’aperto.

Così che sotto le pendici della Villa Strohl-Fern capitai un mattino in un ambiente in cui v’era un miscuglio di cose fino allora a me sconosciute. Da quell’arido spazio di terra, oltre studi e appunti, dal 1941 al 1945 uscirono sessantotto “orti” tra cui un unico ritratto: “Ercoletto tra il verde””. E se ora dovessi dire perché fin dal primo istante mi venne di chiamarli così, non saprei spiegarmene il motivo. Forse per la prima volta, vedendo piantata in una cassetta qualche foglia di insalata o da un angusto viottolo uno stentato gruppo di cavolfiori. Era tutt’altro – come è stato tante volte descritto – fantasticandovi sopra, che un magico Eden, un ambiente dall’aria idilliaca, senza turbamenti di sorta con il brioso trillare del gallo, tra buoni odori di cucina sguscianti da porte socchiuse o un passeggiare tranquillo tra una casina e l’altra ben curate e gaie nei colori, su soffici erette e tra variopinte staccionate.

Tutt’altro che un accogliente quartierino residenziale ma un ambiente di crude miserie, in cui l’uomo che ne respirava l’aria malsana e con l’angoscia nell’animo doveva pure assoggettarvisi. Ciò che a prima vista potevano sembrare baracche non erano che un indescrivibile groviglio di tavole secche o marce a seconda degli umori delle stagioni. Una sdrucita coperta e lo sportello di una macchina fuori uso come porta, e cartoni spellati pezzi di carta e tegole come tetti. Un rubarsi uno con l’altro un bidone nuovo per cuocervi qualcosa. Una lite per due ruote sghimbesce di bicicletta infilate entro uno spiraglio qualsiasi. Tra uno squallido aspetto in un secchio arrugginito il fiorire di un fiammante garofano, e da una casseruola spuntare un timido girasole. E poi striminzite creste di gallina affacciarsi da un intreccio di un fil di ferro e spaghi che volevano essere recinti. Un ricovero di gatti e cani randagi in continue zuffe tra loro in cerca di avanzi. Ripostigli saturi di tutti i rifiuti possibili, occultati come fossero tesori da difendere. E sempre in volo coppie di piccioni a caccia di mangime, o al sicuro sui rami di alberi senza più vita.

Ma ciò che mi sconcertava in questa desolante bidonville era quell’abitare promiscuo su giacigli di qualsiasi tipo; di sfollati profughi e poveri dai vari dialetti, pur di trovare in questi avvilenti rifugi la speranza di sopravvivere a sciagure più grosse. Lo stemma del rancore e della fame su di ogni loro viso, in quella Roma dai cavalieri dell’Apocalisse di allora, i cui simboli erano tracotanza e violenza da una parte, e dall’altra miseria e terrore.

I miei Orti, una pittura con l’amaro in bocca.

Testo recuperato dalla Rivista “Il Poliedro” – Rassegna mensile d’Arte di Michele Calabrese “Speciale G. Omiccioli” 1973

La Villa Strohl – Fern era un luogo conosciuto dai pittori perché era possibile andarvi a dipingere liberamente. Di seguito un video del 1940 dove si vedono alcuni artisti all’opera: