Iginio Balderi inizia a frequentare nel 1955 l’Accademia di Belle Arti di Brera, laddove diventa allievo di Marino Marini. Qui si diplomò nel 1959. L’opera presentata costituisce una importante testimonianza di questo periodo, in cui l’influenza del maestro Marino Marini appare quanto mai evidente. Confronti con opere coeve di questi, infatti, possono agevolmente instaurarsi con altri esempi di Marini, tra cui un Nudo (cfr. Fig. 1; inchiostro e gouache su carta, cm 30×23), e una Figura femminile (cfr. Fig. 2; Mare di luce, 1953, olio su tela, cm 132×98), nelle quali è sempre presente il ricordo della tematica legata a Pomona, antica dea dei campi e della fertilità, che ispira anche Balderi nei suoi esperimenti giovanili, in cui la figura è caratterizzata da una corporatura ruvida e tozza, che egli rende con linee decise ed essenziali nel tratto. 

Dopo essersi diplomato a Brera nel 1959 e dopo aver partecipato, assieme ad altri otto suoi compagni di corso, alla sua prima mostra collettiva “Brera 59” presso la Galleria dei Re Magi, Balderi si trasferisce a Parigi, laddove continua a studiare per un semestre presso l’Ecole des Beaux Art. Al suo ritorno a Milano inizia a sperimentare il tema delle “Colonne”, che lo impegnerà per un intero triennio, fino al 1962, anno in cui soggiornerà per un semestre in Olanda. Qui Balderi frequenterà l’Accademia d’Arte di Amsterdam, e continuerà le sperimentazioni delle sue “Colonne”. 

In questo contesto viene alla luce l’opera qui presentata, che fa parte di una raccolta serie di piccole sculture in bronzo, intitolate “Dimensioni”, realizzate tra il 1961 e il 1962 con la tecnica della cera persa. Tali lavori danno origine alla prima mostra personale dell’artista, tenutasi a Milano presso la Galleria Minima tra marzo e aprile del 1963. In quella occasione vennero esposte sette opere in gesso della serie “Colonne” e altrettante sculture in bronzo della serie “Dimensioni”. La presentazione di Franco Russoli  finalmente dà il giusto tributo agli sforzi dell’artista, le cui opere già presentano un tratto distintivo comune, che raccoglie in modo originale il patrimonio della figurazione italiana per elevarlo su un piano internazionale.

Accanto alla produzione scultorea, Balderi ha saputo affiancare una misurata e raccolta attività pittorica. L’opera presentata si inserisce nel periodo di sperimentazioni scultoree tra la serie delle “Colonne” e quella delle “Dimensioni”, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Era questa una fase in cui l’universo iconografico di Balderi passava in rassegna quelli che poi sarebbero diventati i suoi tratti distintivi più iconici. Il panorama milanese del periodo non mancava certo di stimoli: Balderi infatti, con la moglie Conny van Kasteel, era solito frequentare amicizie tra cui Piero Manzoni, Enrico Castellani e Lucio Fontana.

In questo contesto tuttavia egli è sempre riuscito a lavorare con una visione chiara e originale, quasi a dispetto di tutto quello che accadeva intorno, senza assoggettarsi supinamente o lasciarsi trasportare dalle tendenze in voga, sebbene importanti.

Ed ecco quindi che il tema delle “Colonne” trova anche una declinazione pittorica, in cui esse diventano fasce bianche spezzate questa volta da righe rosse su uno sfondo scuro, reso con una stesura volutamente disomogenea, che ha l’intento di elevare gli elementi principali a “segno plastico essenziale, fortemente verticalizzato, estraneo non soltanto evidentemente ad ogni connessione descrittiva, ma anche ad ogni implicazione di dinamica ambientale. […] E appunto quelle corsive Colonne, tutt’altro che politamente affusolate, e invece matericamente sensibili, del 1960, segnate come da una ferita a taglio organico che almeno embrionalmente le umanizzava, quasi personalizzandole nell’attribuzione d’un volto, hanno permesso la definita prima presenza dell’allora giovanissimo scultore toscano – milanese nel dibattito plastico postinformale” (E. Crispolti, introduzione alla mostra personale tenutasi a Pietrasanta, 1994).