Nel dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta il vetro muranese visse un periodo particolarmente significativo: se da un lato venivano ripensate le forme classiche della tradizione, dall’altro i molti designers attivi nelle fornaci proponevano soluzioni del tutto nuove caratterizzate da una maggiore libertà espressiva. In particolare, fu grazie a figure come Dino Martens, Flavio Poli e Fulvio Bianconi che si ebbe un profondo rinnovamento delle forme e delle trame: se Poli riprendeva la linearità di vaga ispirazione nordica applicandola ai vetri sommersi, e Bianconi ideava modelli di chiara ispirazione pittorica, Martens rispondeva con inusuali forme e impasti. Egli, infatti, che aveva una solida esperienza come pittore, si orientò verso un variegato tessuto policromo ottenuto con particolari canne di zanfirico o con macchie di graniglia di vetro, plasmate su forme quasi antropomorfe, a cui assegnava curiosi nomignoli. La serie “Oriente” di cui il vaso presentato fa parte, è forse una delle più famose e richieste del maestro: naturale evoluzione della “Bottiglia del mago”, presentata alla Biennale del 1948, essa si distingue per l’irregolare impasto di colori squillanti alternati a sezioni in vetro avventurina e zanfirico. L’unico elemento decorativo che si ritrova con una certa regolarità è quello che il maestro stesso definiva come “fiore” ovvero un disco realizzato a canne alternate che divenne uno dei tratti caratteristici della serie. I vasi “Oriente” furono un immediato successo riscuotendo il favore del pubblico ieri come oggi.

Le tecniche vetrarie a Murano

Il vetro corroso

Negli anni Trenta venne largamente usato nella vetreria muranese l’acido fluoridrico, al fine di incidere la superficie dei vetri. L’acido fluoridrico era già usato in vetreria nel XIX secolo, ma nel Novecento con esso si potè ottenere un effetto particolare, simile a quello della superficie ghiacciata. Il vetro uscito dalla fornace veniva coperto da uno strato irregolare di cera mediante spugnatura, quindi immerso in una vasca ricolma di segatura impregnata di acido fluoridrico. La superficie vitrea veniva così corrosa in corrispondenza di quelle parti che non erano ricoperte di cera. Questa tecnica è caduta in disuso negli anni Sessanta, perchè inquinante per l’ambiente.

(cfr. M. Barovier, a cura di, Carlo Scarpa. I vetri di Murano 1927 – 1947, Il Cardo editore, Venezia 1991, p. 164).

Con la sovrapposizione di due mezze filigrane disposte in maniera inversa si ottiene la filigrana a reticello. Per ottenere invece quella detta a retortoli si utilizzeranno delle canne che al loro interno non avranno un singolo filamento colorato ma bensì più filamenti ritorni su loro stessi. Quest’ultimo viene detto anche zanfirico dal nome dell’antiquario Antonio Sanquirico che nel XIX secolo amò particolarmente questa tecnica e ne ordinò la produzione di numerosi esemplari. 

La decorazione a filigrana

La tecnica decorativa della filigrana prevede molte varianti tra cui la filigrana a reticello, quella a retortoli e quella detta della mezza filigrana. Tutte prevedono la creazione di canne in vetro che successivamente vengono affiancate e fuse assieme: a differenza delle altre la mezza filigrana prevede che tali canne abbiano al loro interno un unico filamento di vetro bianco o colorato disposto in modo rettilineo. Il risultato è quindi una decorazione più lineare e delicata che ben si adatta a forme semplici e pulite. 

La tecnica dell’incalmo

La tecnica dell’incalmo consiste nella realizzazione di un oggetto avente più fasce di colori che costituiscono distinti elementi in vetro lavorati separatamente. Tali elementi dovranno avere stesso spessore e stesso diametro in modo tale da essere successivamente uniti a caldo. Dopo aver fatto combaciare perfettamente i due elementi il maestro vetraio procederà soffiando il vetro per fargli assumere la forma desiderata.

La tecnica della filigrana:

Per approfondire: