La sperimentazione di Carla Accardi fu un continuo divenire, quasi insaziabile, di soluzioni mai uguali a se stesse volte alla ricerca di nuovi accostamenti sia tra contenuti che tra contenenti. È così che verso il 1965 incontrò un materiale che la suggestionò particolarmente: il sicofoil. Queste superfici infinite di plastica trasparente le davano la possibilità di fondere i suoi segni con l’ambiente circostante, giocando sia sulla trasparenza che sulla consistenza. Talvolta, infatti, la plastica usciva dal quadro e si arrotolava sotto forma di colonna al centro della sala oppure veniva montata per creare dei veri e propri luoghi abitabili. Nascono quindi gli ambienti tra cui l’esempio più alto è la “Triplice tenda” realizzata tra il 1969 – 1971 ed oggi conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi: questa struttura di grandi dimensioni era formata da tre tende, una dentro l’altra, il tutto sostenuto da una leggera intelaiatura sulla quale era aggrappato il sicofoil, riempito da una moltitudine di segni di vernice rosa, proprio come nell’opera qui presentata. La scelta del colore e della forma, ispirata dai suoi viaggi in Marocco, restituivano al visitatore un caldo ed intimo abbraccio, invitandolo a raccogliersi in meditazione al suo interno. L’opera presentata, pertanto, risulta un chiaro riferimento a quelle sperimentazioni, raccogliendo in una dimensione “domestica” tutte le intenzioni delle grandi opere abitabili.

D: Parliamo della tua tecnica: mi sembra che il colore puro, e gli effetti ottici di accostamenti che disturbano la retina sia stata una tecnica che tu hai usato tra i primi nel mondo – se non erro più di 7 anni fa. –  Quale è il suo significato? 

R: L’ottica per me ha una grande importanza. L’ottica è un aspetto essenziale dell’arte visiva, che produce appunto cose da guardare. Il bianco e nero dei miei quadri significava questo: il bianco era luce, il nero era buio e volevo che ciò si vedesse bene.

Usando in seguito tutti gli altri colori con quegli effetti balenanti scanditi da fitti segni, tentavo di arrivare il più possibile alla luce piena, al quasi bianco, per dire. 

Adesso nei miei ultimi lavori, uso i fluorescenti perché per se stessi sono colori solari: accanto ad essi i colori normali appaiono immersi nell’ombra. 

D: E l’uso della plastica trasparente?

R: Per le medesime ragioni uso la plastica come cosa di luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse per togliere al quadro il suo valore di totem.

(C. Lonzi, T. Trini, M. Volpi Orlandini, Tecniche e materiali, in “Marcatrè Rivista di cultura contemporanea”, Serie I, Anno VI, Numero 37/38/39/40, Mese 5°, Lerici Editore, Roma 1968, pp. 70, 71).