Ancora una volta George Tatge indaga il significato nascosto, vorrei dire le metafore, dei segni architettonici che attraversano la penisola italiana e che si manifestano come relitti di una civiltà antica e moderna nello stesso tempo; tracce frammentarie o scomposte di trascorse stagioni che formano un panorama stratificato, dove però la dimensione del tempo perde le sue scansioni naturali e tutto si legge nella compresenza di forme e significati, in una orizzontalità spaziale e temporale in cui a prevalere è la tornita evidenza della colonna, dell’arco, del pilastro, del parato murario, dell’oggetto quotidiano sottratto alla coerenza del vivere: come fossero componenti di uno scenario sincronico, eternamente ricorrente.[…]

Questo processo di riduzione del dato naturale a icona autoreferenziale e simbolica avviene, nell’arte metafisica, per via di citazioni, di traslati formali e concettuali proprio come si osserva nelle fotografie di Tatge, che muovendo dalla sterminato repertorio accumulato nei giorni del suo grand tour ne estrae singolari evidenze plasticamente delimitate dal contrasto della luce e dell’ombra, dalla palpabile varietà delle materie, dall’icastica essenzialità delle inquadrature che evidenziano appunto la metafisica del reale, vale a dire il riposto enigma delle immagini sottratte (e poi isolate) al flusso convenzionale del quotidiano. […]

Per questo i brani di città e di paesaggio, estratti come fossero parole espressive da una celebre pagina per consegnarle all’enigma metafisico dell’estraniamento, riassumono effettivamente la poetica e la tecnica di George Tatge: anticonvenzionale esteta della marginalità, archeologo delle nostre recenti sconfitte, artiere (come piaceva al Novecento metafisico) di una realtà immaginaria e vera a un tempo.

(C. Sisi, testo tratto dall’introduzione al volume: Italia metafisica. George Tatge, Contrasto, Roma 2015)