Lucio Fontana, Sportello di Armadio, 1952 – 53.

LUCIO FONTANA + ARCHITETTURA

Lucio Fontana e gli architetti

Il suo rapporto con l’architettura e con gli architetti fu sicuramente fondamentale per l’evoluzione dei concetti spaziali in Italia: dopo la teorizzazione in Argentina infatti, fu proprio nello studio del gruppo BBPR, in quel periodo febbrilmente occupato nella ricostruzione della città, che tenne gli incontri e le discussioni che diedero vita ai successivi manifesti spazialisti e alle idee legate ai primi ambienti spaziali. (il primo “ambiente spaziale” risale al 1949 e venne allestito alla Galleria del Naviglio di Milano) . Il rapporto tra architettura ed arte era molto forte nella poetica di Fontana tantochè egli stesso fu progettista – artista di veri e propri ambienti (studio per artista, cappella funeraria) e di singoli elementi come soffitti, pareti ed interventi lumino- si leggibili come veri e proprio esempi di “arte ambientale”. Nello stesso luogo e nello stesso tempo vi fu qualcun altro che credeva fermamente in questa commistione tra arte e tecnica, e che non si trovava nell’ambito dell’arte bensì in quello del design del prodotto industriale: la società di Arredamenti Borsani.

Un “ambiente spaziale domestico”

Fu in questo periodo e in questo contesto che venne realizzata l’opera qui presentata concepita come intervento artistico su un armadio o più probabilmente su una libreria e quasi sicuramente pensata come elemento singolo ed univoco essendo firmato in basso a sinistra. L’opera, databile tra il 1952 e il 1953, è intrisa della logica spaziale dove gli schizzi di pittura si addensano in scie cosmiche e buchi neri seminando il primordiale germe che solo qualche anno più in là, ovvero nel 1958, darà origine ai primi “tagli” intitolati tutti con immutabile coerenza “Concetto spaziale, Attesa”. Tutto dai soffitti, alle pareti, ai tavoli, alle librerie partecipa- no coralmente alla visione cosmica dell’artista creando un “ambiente spaziale domestico” dove l’arte, la manualità, il calcolo matematico e le scienza dei materiali si fondono per evocare quella quarta dimensione così difficile da afferrare ma implicitamente intuibile. Ad oggi gli esemplari nati dal rapporto di queste due grandi personalità sono molto rari sia per le caratteristiche costruttive di alcuni interventi – come quelli dei soffitti – sia per la rara documentazione archivistica a disposizione (Borsani infatti preferiva avere un rapporto personale con gli artisti e rare volte formalizzava i lavori con contratti o lettere).

La guerra è finita

Fu un colpo di bacchetta su uno spartito che liberò simbolicamente la città di Milano dalle austerità della guerra e diede il la a quel ritrovato sentimento di vita e di fermento che guidò la ricostruzione postbellica: fu esattamente l’ 11 maggio 1946, quando Arturo Toscanini diresse il primo concerto dalla “ricostruita sala del teatro” della Scala che era stata precedentemente danneggiata dal bombardamenti avvenuti in una notte nera di agosto del 1943. La città subì ingenti danni durante i ripetuti bombardamenti aerei che distrussero gran parte del tessuto urbano e del patrimonio monumentale. Tali vuoti vennero però colmati non da pedisseque copie delle precedenti forme ma da nuove idee che misero in discussione i vecchi paradigmi, rompendo con le atmosfere che avevano accompagnato gli anni della guerra: furono di questi anni la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli, testimoni di una nuova era del disegno industriale italiano. In questo clima di fermento intellettuale, fece ritorno in città dall’Argentina un artista che era già uno dei personaggi noti della scena artistica ed intellettuale: Lucio Fontana. Il maestro non tornò a mani vuote dal suo momentaneo buen ritiro ma portò con sè tutte le novità che aveva condensato nel Manifiesto Blanco, redatto nel 1946 insieme ai suoi allievi di Buenos Aires, dove apparvero per la prima volta i concetti di Spazialismo e di arte come sintesi di tutte le quattro dimensioni dell’esistenza (lunghezza, larghezza, profondità e tempo). Fin dall’indomani del suo ritorno Fontana riallacciò il suo fruttuoso rapporto con l’architettura inserendosi piena- mente del dibattito che seguiva la ricostruzione del tessuto urbano ed offrendo il suo contributo alle nascenti architet- ture: fu di questo periodo la progettazione e la costruzione dell’edificio di via Senato 11 ad opera di Marco Zanuso e di Renato Menghi, dove l’artista elaborò per la facciata cinque lunghi pannelli in ceramica, tecnica di cui era maestro.

 

La società di Arredamenti Borsani

Fondata nei primi del Novecento da Gaetano Borsani e guidata dal figlio Osvaldo, la società volle sin da subito eliminare ogni confine tra le discipline aprendo la produzione di mobili alle contaminazioni artistiche e fornendo così un arredamento fortemente personalizzato. Le prime collaborazioni si concretizzarono già negli anni Trenta ma fu nel dopoguerra, sotto la guida di Osvaldo, che si ebbe la maggiore evoluzione della produzione: l’alta borghesia milanese, infatti, accolse con entusiasmo l’idea di poter avere degli elementi di arredo unici che prevedessero degli interventi artistici realizzati ad hoc. Molti furono gli artisti coinvolti tra cui Roberto Crippa, Gianni Dova, Agenore Fabbri, Fausto Melotti e il primo tra tutti, Lucio Fontana. Il maestro ne fu entusiasta potendo infatti sperimentare nell’atelier di Borsani i materiali più diversi come lo stucco, il neon, la ceramica e il vetro, e potendo far entrare l’arte nelle case delle persone in una maniera del tutto innovativa, senza confinare l’opera d’arte ad una noiosa parete bianca. Il rapporto tra Fontana e Borsani non fu solamente lavorativo ma diede origine anche ad un’amicizia che fu pretesto per la realizzazione di alcune opere all’interno della casa privata dell’architetto a Varedo (come il famoso camino) e alla realizzazione del ritratto in ceramica della moglie Alba.