Il dipinto si presenta in un buono stato di conservazione, privo delle alterazioni ancora visibili nella foto pubblicata nel catalogo d’asta Finarte del 1967, allorché venne reso noto con la corretta attribuzione a Marco Palmezzano (Fig. 1). L’assegnazione al pittore forlivese è stata in seguito confermata da Federico Zeri, che conservava una foto dell’opera in un diverso stato di conservazione nella cartella dedicata al pittore (scheda nr. 57957), con l’ubicazione Milano, collezione privata prima del 1976 (Fig. 2). Questa seconda foto consente così di datare l’intervento di restauro tra il 1967 e il 1976. Le uniche minime ridipinture della superficie pittorica riguardano l’Angelo Annunciante, mentre l’Imago pietatis e la Madonna annunciata ne sono del tutto prive e possono essere apprezzate nella loro materia originale. Un intervento di restauro ancora più antico deve aver interessato invece il retro, che venne probabilmente assottigliato e irrobustito con un supporto sul quale possono ancora notarsi le incisioni per allentare le tensioni del legno e le tracce di un timbro in ceralacca. Lo strato originale sottostante è però ancora visibile nella zona sinistra. Le tre immagini protagoniste della composizione – l’Angelo annunciante, l’Imago pietatis e la Madonna annunciata – sono elegantemente incorniciate entro oculi che fingono il marmo rosa e collegate da una decorazione a racemi vegetali policroma su fondo giallo. L’attribuzione a Marco Palmezzano trova una conferma anche esaminando la tipologia dei motivi ornamentali, che si riscontrano nelle paraste di molte sue pale d’altare a partire dalla Glorificazione di Sant’Antonio abate e i santi Giovanni battista e Sebastiano del 1496-1497 ca. conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì – proveniente dalla locale chiesa di Santa Maria del Carmine – alla Natività del Musée di Grenoble, firmata e datata 1530, e proveniente dalla chiesa di San Biagio in San Girolamo a Forlì. Uno sguardo al catalogo di Marco Palmezzano conferma l’utilizzo di predelle nelle sue ancone, come è il caso della Sacra conversazione della chiesa di San Francesco a Matelica (1501). Grazie alla documentazione archivistica siamo a conoscenza dell’esistenza di predelle anche al di sotto delle due pale dell’abbazia di San Mercuriale a Forlì tuttora in situ: quella della Madonna in trono tra i santi Giovanni evangelista e Caterina, purtroppo perduta, e quella del San Giovanni Gualberto in adorazione del Crocifisso e la Maddalena (1502 ca.) conservata al Musèe du Petit Palais di Avignone, contrassegnata da elementi architettonici essenziali e figure ritagliate e geometriche allo stesso modo dei clipei della predella che qui si esamina (S. Tumidei, in Marco Palmezzano, 2005, p. 258, cat. 29). La scelta da parte di Palmezzano di dipingere la nostra tavola a campo unico, con i tre clipei raccordati entro un telaio architettonico illusionistico non suddiviso da una incorniciatura lignea, come accade a Matelica, si spiega senz’altro in ragione delle dimensioni ridotte. Alla tavola è stata invece applicata solo una cornice esterna composta da quattro listelli, probabilmente dopo che il pittore ebbe terminato di dipingere. Il protagonismo della pittura rende così ancora più evidente l’attenta regia luministica adottata dall’artista, che ha progettato i tre episodi per consentire una visione da sinistra. Emergono in tal modo ancora più chiaramente i profili in finto marmo rosa delle modanature e il gioco di luce e ombra sul volto dell’Annunciata.

La ricerca di una pala d’altare compatibile per dimensioni e iconografia alla nostra predella si deve necessariamente confrontare con un gruppo di piccole ancone raffiguranti il Battesimo di Cristo, esemplato sull’iconografia del Battesimo di Cristo di Perugino della Cappella Sistina (1483), che Palmezzano ebbe modo di conoscere probabilmente durante il soggiorno giovanile nell’Urbe a fianco del maestro Melozzo. Si sono conservate ben cinque versioni di questa composizione, tutte orchestrate prediligendo una illuminazione proveniente da sinistra, come accade nella nostra predella: quella della Pinacoteca civica di Forlì (olio su tavola, cm 90×70), firmata e datata «Marchus palmezanus/ pictor forlivensis/ faciebat 1534» (Fig. 3; G. Viroli, in Marco Palmezzano, 2005, pp. 320- 321, cat. 50); una seconda, di ubicazione sconosciuta, già a Forlì nella collezione di Scipione Casali (1844), poi in quella di Giovan Battista Croppi (1877), messa in vendita a Roma, nel 1909, all’asta di Gioacchino Ferroni, poi, nel 1910, sempre a Roma, in occasione della vendita della collezione Elia Volpi e infine transitata da Agnew’s a Londra, con la firma «Marchus de Melotius pictor foroliviensis faciebat» (Fig. 4, olio su tavola, cm 98×70; Nicolini 2005, p. 106, nota 39; Fototeca Zeri, scheda 57855); la terza, segnalata da ultimo a Roma, presso Sestieri, prima del 1968 (Fototeca Zeri, scheda 57884), forse identificabile con quella già Albicini, messa all’asta presso Müller a Vienna nel 1913 e datata 1536 (Fig. 5; Tambini 2003, p. 31).

A questo gruppo di tre pale piuttosto omogeneo vanno aggiunti: un quarto esemplare presso la National Gallery of Victoria a Melbourne, proveniente dal lascito di Alfred Felton (1831-1904; olio su tavola, cm 86,5×67,5, Fig. 6), con la quinta rocciosa a sinistra anziché a destra e la figura di Dio Padre nella zona superiore e un quinto esemplare già a Ferrara nella collezione Giovanni Battista Costabili (Ferrara, 1756 – 1841), poi in quella di sir Ivor Bertie Guest, I barone Wimborne (Dowlas, 1835 – Canford Manor, 1914), ed esposta alla mostra Italian Art and Britain della Royal Academy of Arts del 1960 al nr. 313 (olio su tavola, cm 81,5 x 77): in quest’ultima opera lo sfondo roccioso è collocato in posizione centrale e la figura inginocchiata a fianco della scena principale è connotata da barba e turbante (Fig. 7).

Sfortunatamente non conosciamo la destinazione originale di nessuna di queste pale d’altare che, come fanno supporre le misure ridotte, sono sfuggite alle ricognizioni degli eruditi locali perché destinate probabilmente alla devozione privata. Ciò detto, la compatibilità delle dimensioni della nostra predella con quelle dei Battesimi induce a formulare l’ipotesi che il nostro dipinto fosse in origine destinato a fare da supporto a uno di essi (Fig. 8). I circa 20 cm mancanti alle pale d’altare per raggiungere le dimensioni della predella sono di sicuro da imputare all’assenza delle cornici originali, di cui invece la nostra tavola è provvista. Il collegamento tra la predella e uno di questi Battesimi di Cristo trova ulteriore sostegno in una considerazione di tipo iconografico, suggerita dal Battesimo di Cristo del Maestro dei Dodici Apostoli (1542) della chiesa dei santi Francesco a Rovigo, che presenta sul lato inferiore della cornice in posizione centrale una Imago pietatis che svolge una funzione simile a quella della nostra tavola (Fig. 9).

Se il collegamento tra uno dei Battesimi di Cristo citati e la predella è corretto, il millesimo 1534 della pala della Pinacoteca Civica di Forlì e quello 1536 della pala Albicini-Sestieri vanno senz’altro utilizzati come termini cronologici per datare la nostra tavola. Va tuttavia tenuto presente che il Battesimo Casali-Croppi, considerato il prototipo della serie, presentava una firma nella quale Palmezzano dichiarava in modo deferente il suo debito nei confronti del maestro Melozzo («Marchus de Melotius»). Nel caso quindi non ci si trovi di fronte a un’interpolazione del restauratore Girolamo Reggiani, come è stato ipotizzato (Nicolini 2005, p. 106, nota 39), va tenuta in considerazione, fino al riemergere del dipinto, la lectio difficilior di una datazione entro il 1500 (Tambini 2003, p. 31, nota 10). Resta comunque evidente la piena autografia palmezzanesca della predella proprio alla luce della compresenza di tutte le componenti stilistiche tipiche della formula artistica elaborata dal pittore forlivese, un insieme di rigore geometrico, studio luministico e spaziale, gusto per l’ornamento, frutto di una sorvegliata mediazione tra influssi melozzeschi, centroitaliani e veneti.

Prof. Mattia Vinco

Bibliografia citata

Tambini A., Postille al Palmezzano, in «Romagna Arte e Storia», XXIII, 2003, 67, pp. 25-42;

Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne, catalogo della mostra a cura di A. Paolucci, L. Prati, S. Tumidei, Cinisello Balsamo (Milano) 2005;

Nicolini S., Aspetti della fama e della fortuna di Marco Palmezzano: dall’elogio umanistico alla vulgata moderna, in Il Rinascimento nelle Romagne, catalogo della mostra a cura di A. Paolucci, L. Prati, S. Tumidei, Cinisello Balsamo (Milano) 2005, pp. 88-108.