Mario Sironi, Composizione (età primaria), 1955 circa.

Racchiudere in poche righe l’essenza di Mario Sironi è compito assai difficile; solo una penna allenata e sensibile come quella del critico d’arte e architetto Agnoldomenico Pica si poteva misurare con tale compito. L’occasione fu la Biennale di Venezia del 1962, dove, ad un anno dalla morte del pittore e da ben trenta anni dall’ultima sua partecipazione alla manifestazione lagunare, vennero esposte ben 168 opere del maestro. Sironi mancava da così tanti anni dall’esposizione non per mancanza di inviti ma più per scarsezza di tempo, essendo sempre rivolto a nuove esperienze come quella della pittura murale, e forse anche per il suo carattere ormai leggendariamente scontroso che mal si conciliava con gli eventi pubblici.

Il fugace e sperimentale divisionismo degli anni adolescenti, l’intingimento futurista teoricamente non impegnato e breve, ma non tanto da non consentirgli accanto a Balla, a Boccioni, a Sant’Elia una posizione di massimo rilievo. Il novecento – la battaglia della maturità – prima e massiccia affermazione europea dell’arte italiana seguita in opposizione e insieme a rincalzo del futurismo, il novecento di cui Sironi, con Arturo Martini, rimane il più sicuro garante e protagonista, come Margherita Sarfatti ne fu l’impareggiabile e sensibilissima avvocata.

Poi la passione murale e la difesa della vocazione “decorativa” della pittura, che si identifica con l’aspirazione monumentale e subisce una sorta di catarsi nell’opera ultima nella quale un certo intimismo psicologico sembra battere alle soglie impervie non già di un opinabile “inconscio” ma, piuttosto, dell’espressione pura, del linguaggio pregnante del simbolo, dell’essenzialità del significante. A tutto questo aggiungiamo l’interesse e l’impegno per la scultura e per l’architettura, l’esercizio assiduo della grafica, intesa nel senso più attuale, le brucianti escursioni nella storia e nella critica d’arte, la pratica della scenografia e avremo un quadro ricchissimo di componenti di variazioni, di rivelazioni, un mondo mutanime, spesso corrusco, talora grandioso, ma non avremo ancora le ragioni, le radicali del prestigio che il magistero di Sironi esercita con il vigore del fascino.

(testo tratto da: Agnoldomenico Pica in AA. VV., Catalogo della XXXI Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, Stamperia di Venezia, Venezia 1962, p. 23).

 

Nato a Sassari nel 1885, si trasferì già in tenera età a Roma, dove intraprese i suoi studi. Rimase orfano di padre all’età di tredici anni e fu avviato a studi tecnici, affiancandovi lo studio privato della musica e della letteratura insieme alla sorella Cristina, pianista promettente. Nel 1902 si iscrisse alla facoltà di Ingegneria che frequentò per un solo anno, sentendo la vocazione artistica dirompente. Dall’animo molto introverso e tendente alla depressione, frequentò la Scuola Libera di Nudo in via Ripetta e lo studio di Giacomo Balla. Qui fece la conoscenza di Severini e Boccioni, che divenne il suo più grande amico. Fu uno dei più grandi sostenitori del gruppo “Novecento” e approfondì in particolare gli aspetti di una ritrovata pittura murale: nel 1933 pubblica il “Manifesto della pittura murale” che trova il favore di altri due colleghi, Carrà e Funi. La sua pittura venne sempre associata al fascismo, come se l’artista stesso cercasse di teorizzare un’estetica del movimento, ma fu in realtà una pittura con una vocazione più sociale rivolta verso il popolo, nell’accezione di una pittura rivolta non più ai salotti borghesi ma alle piazze, e una poetica a sostegno della rinascita dell’Italia, nella speranza anche di una rinascita dell’arte italiana. Il suo stile sia nelle raffigurazioni di persone che nella realizzazione delle vedute di periferia fu di stampo classico, mantenendo una prospettiva lineare e una semplificazione delle forme a solidi metafisici. Il pittore fu comunque vicino al fascismo fino alla fine aderendo alla Repubblica di Salò, rischiando addirittura, alla caduta del regime, di essere fucilato. La caduta del regime fu per lui, uomo dall’animo chiuso, un momento di grande smarrimento anche se non smise di dipingere, pur accogliendo con disillusione i premi che gli venivano consegnati. Morì nell’agosto del 1961 dopo aver combattuto contro un’artrite progressiva.