Martino Gabrielli

La provenienza trentina, specificatamente fiemmese, dei due dipinti circoscrive la ricerca dell’autore all’ambito della scuola pittorica avviata a Cavalese alla fine del Seicento da Giuseppe Alberti (Tesero, 1640 – Cavalese 1716), il quale nella sua ampia casa-studio progettata e costruita tra il 1690 e il 1700, aveva istituito un’accademia privata di pittura destinata a formare “molti discepoli patrioti ed esteri”, dei quali la letteratura artistica ci ha tramandato i nomi: Antonio e Domenico Bonora, Martino Gabrielli, Giacomo Tais, Michelangelo e Francesco Unterperger, Paul Troger, Giovanni Stella, Johann Georg Grasmair e Johann Michael Hudez1.  Se le personalità emergenti uscite da questa scuola, Michelangelo Unterperger e Paul Troger, in virtù del loro ruolo di protagonisti della pittura viennese del Settecento, hanno ottenuto ampi riconoscimenti, attraverso studi monografici e l’organizzazione di importanti eventi espositivi in Italia e in Austria2, più confinati nell’ombra sono invece rimasti altri pittori la cui attività raramente ha superato i confini della diocesi di Trento. Questi esponenti minori della scuola pittorica di Fiemme sono stati tuttavia oggetto di indagini più approfondite nel corso di questi ultimi anni e oggi il loro operato ci appare meglio definito, grazie anche alle numerose campagne di restauro attuate dalla Soprintendenza di Trento3. A uno di essi, Martino Gabrielli, il più fedele interprete della lezione albertiana (assieme a Domenico Bonora), vanno assegnate stilisticamente le due tele in esame, che qui rivelano una significativa apertura verso le novità introdotte in valle di Fiemme dai pittori Unterperger. Nato a Moena il 27 ottobre 1681, egli venne avviato agli studi ecclesiastici e, contemporaneamente, alla professione di pittore, svolta a Cavalese presso un altro prete-pittore, Giuseppe Alberti. Già nel 1704-05 Gabrielli aveva iniziato una propria attività autonoma documentata da pagamenti per la cappella della Regola Feudale di Predazzo (demolita nel 1872). Negli anni successivi, tra il 1709 e il 1714, egli operò con una certa assiduità a Tesero, come attestano i lavori documentati per la parrocchiale di S. Eliseo, tra i quali la pala della Madonna del Rosario (1714 circa), nonché la concessione di un beneficio ecclesiastico, disposta da don Andrea Iellici nel dicembre del 1714 a favore del “chierico” Martino Gabrielli, nell’imminenza della sua ordinazione sacerdotale. Nel 1714 Gabrielli era infatti entrato nel convento degli Agostiniani di S. Michele all’Adige, per poi uscirne, mutando l’abito religioso in quello di prete secolare. A partire dal 1720 è registrata la presenza del pittore a Moena. Oltre ai lavori documentati, ma non pervenuti, per Panchià (1720) e Siror (1724), e al gonfalone dipinto nel 1731 per la chiesa di S. Giuliana a Vigo di Fassa, ora di proprietà della Cassa rurale di Tesero, Gabrielli lasciò infatti nel paese natale il maggior numero di testimonianze della sua attività. Nella parrocchiale si conservano la giovanile pala del Carmine, di diretta ascendenza albertiana, l’Annunciazione (circa 1730) per l’antipendio dell’altare del Rosario, l’Adorazione dei pastori, donata dal pittore nel 1742, e altre opere a lui attribuibili: l’Incoronazione di spine, l’Innalzamento della croce e il Crocifisso e santi. Ma accanto alla lezione albertiana Gabrielli dimostra di assimilare anche gli spunti stilistici e iconografici di matrice emiliana, desunti da Guido Reni e introdotti agli inizi del secolo XVIII dal conterraneo Giovanni Felicetti, tornato a operare stabilmente a Moena dopo l’alunnato presso Carlo Cignani. Le sue opere di maggiore impegno si conservano nella chiesa parrocchiale di S. Michele all’Adige: l’Adorazione dei pastori (1712), l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione e l’Assunzione, che compongono la decorazione absidale della chiesa, la pala dell’altar maggiore, con la Santissima Trinità, la Vergine san Michele Arcangelo, Sant’Andrea Avellino e Sant’Agostino consacrato vescovo. In queste grandi tele, in cui predomina il carattere non finito e la totale assenza di un impianto disegnativo, sono evidenti le consonanze stilistiche sia con i giovanili dipinti del pulpito della parrocchiale di Fiera di Primiero (Predica del Battista, Gesù fra i dottori, Gesù e i fanciulli), eseguiti nel 1706, sia con le opere tarde di Moena e Peniola, nelle quali si manifesta il comune ricorso al repertorio figurativo veneto del Cinquecento, veicolato dalle incisioni da dipinti dei Bassano, di Veronese, Tintoretto e Battista del Moro. Allo stesso Gabrielli può essere assegnata anche la decorazione su tela della piccola cappella di S. Anna a Medil in val di Fiemme (ad eccezione della Via Crucis, opera di un suo seguace), probabilmente databile nella seconda metà degli anni Trenta del secolo. Il 17 aprile 1732 Martino Gabrielli ottenne l’autorizzazione vescovile a erigere una cappella a Peniola, presso Moena, costruita entro l’anno e dedicata alla Madonna e a san Giovanni Nepomuceno. Alle decorazioni provvide il pittore stesso, il quale su tela, tavola e ad affresco illustrò i cinque Misteri gaudiosi, due Episodi della vita di san Giovanni Nepomuceno e altre figurazioni che, insieme con la pala d’altare con la Madonna, il Bambino e i santi Giovanni Nepomuceno, Martino, Bartolomeo e Giovanni Battista, formano un ciclo decorativo dei più unitari e stilisticamente elevati della scuola pittorica di Fiemme del secolo XVIII (Figg. 1-2). Il Gabrielli morì a Sorte, presso Moena, il 29 aprile 17424. Tornando ai due dipinti raffiguranti in pendant un noto episodio dell’Antico Testamento (Genesi, 21, 14), come anticipato, vanno attribuiti entrambi a Martino Gabrielli per le innegabili consonanze stilistiche con altre opere documentate dell’artista fiemmese. In particolare va rilevata la diretta derivazione di uno di essi da una tela di Michelangelo Unterperger oggi conservata al Museo Pinacoteca della Magnifica Comunità di Fiemme a Cavalese. Si tratta del Ripudio di Agar (Fig. 4), già nella collezione di Francesco Unterperger (come indica il suo monogramma sul verso della tela), così titolato nel catalogo della mostra del 19955, ma da precisare come episodio che precede la cacciata della serva Agar e del figlio Ismaele, illustrata nel nostro dipinto successivo. Questo modello era evidentemente noto a Gabrielli il quale ne ha ricavato una copia semplificata, riproducendo forse anche un altro dipinto di Michelangelo, ossia il vero e proprio ripudio della serva egizia (oggi perduto), grazie al quale il futuro direttore dell’Accademia di Belle Arti di Vienna aveva vinto il primo premio al concorso accademico del 1738. Presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cavalese si conserva anche un altro episodio della storia di Isacco: Abramo con la moglie Sara e i figli Ismaele e Isacco (Fig. 3), opera dello stesso Michelangelo Unterperger. In via del tutto ipotetica non è escluso che la serie originale fosse costituita da quattro tele, comprendente anche un altro soggetto molto rappresentato: Agar nel deserto. Pittore poco originale dal punto di vista ideativo, ma dotato di caratteristiche proprie, qualitativamente buone nell’esecuzione, a Martino Gabrielli va rivendicato un ruolo significativo nell’ambito della scuola pittorica fiemmese.

Dott. Elvio Mich

1. Giuseppe Alberti pittore 1640-1716, a cura di Nicolò Rasmo, Trento, Arti Grafiche Stampa Rapida, 1981, catalogo della mostra: Tesero (Palazzo comunale) 9-23 agosto 1981, Cavalese (Sala Alberti), 25 agosto – 9 settembre 1981; Elvio Mich, Giuseppe Alberti pittore e “fondatore della Scuola di disegno in Fiemme”, in Chiesa, Impero e turcherie. Giuseppe Alberti pittore e architetto nel Trentino barocco, a cura di Elvio Mich, Luciana Giacomelli, Laura Dal Prà, Trento, Provincia – Castello del Buonconsiglio, Monumenti e collezioni provinciali, 2016 (Castello in mostra, 4), catalogo della mostra: Trento (Castello del Buonconsiglio), 2 dicembre 2016 – 1 maggio 2017, pp. 57-101; Elvio Mich, Italo Giordani, “…tutta da me rifabricata, accresciuta, ed’amobiliata a forza delle mie studiose fatiche”: il testamento e la casa-studio di Giuseppe Alberti a Cavalese, in “Studi Trentini. Arte”, 96, 2017, n. 2, pp. 207-237. Ad altri due artisti di un certo rilievo, Francesco Unterperger e Johann Georg Grasmair, sono state dedicate esposizioni monografiche: Francesco Unterperger pittore 1706-1776, catalogo della mostra a cura di Nicolò Rasmo, 2a ed., Calliano (Tn) 1977; Johann Kronbichler, Johann Georg Grasmair 1691 – 1751 Barockmaler in Tirol, catalogo della mostra, Bressanone, Museo Diocesano 12.06.2010 – 31.10.2010, Bressanone 2010. 2.  Johann Kronbichler, Elvio Mich, Michelangelo Unterperger 1695-1758, Trento 1995, pp. 167-186; Johann Kronbichler, Paul Troger 1698 – 1762, Berlin-München 2012. 3. E. Mich, Giuseppe Alberti pittore, cit. 4. Elvio Mich, Gabrielli Martino, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1998, 51, pp. 107-108; Id., Giuseppe Alberti pittore, cit., p. 92. 5.  Kronbichler, Mich, Michelangelo Unterperger, cit., pp. 49, 193, figg. 37-38.