Pietro Longhi, Il ridotto a Venezia, 1750 circa, olio su tela, cm 84×114. Credits: Fondazione Paolo e Carolina Zani per l’arte e la cultura. Nel dipinto le figure celano la loro identità con la Baùta e la Moretta preferendo l’anonimato durante una serata deputata al gioco d’azzardo.

“Buonasera Siòra Mascàra!” 

A Venezia, durante il Carnevale, era buona usanza salutare sempre le persone mascherate che si incrociavano lungo le calli, non potendo sapere la vera identità di queste: il travestimento, infatti, annullava ogni riferimento alle classi sociali e talvolta anche al sesso, come nel caso della Baùta che poteva essere utilizzata sia dalle donne che dagli uomini. Il costume era composto da una maschera detta “larva” (tale parola, infatti, in latino indicava proprio la maschera), lo xendal (ovvero un fazzoletto che copriva il capo), il mantello e il tricorno. La maschera aveva una forma particolare che copriva quasi tutto il viso e finiva con due parti spioventi che partivano dal naso fino a coprire la bocca: questa forma non solo celava molto bene i connotati di chi la indossava, ma permetteva di mangiare e bere in modo agevole ed inoltre storpiava anche la voce rendendo meno riconoscibile il timbro. La Baùta era uno dei travestimenti che godeva di maggiori concessioni essendo permessa in molte occasioni e luoghi come durante l’elezione dei dogi e dei procuratori; insieme alla facilità di realizzazione, tutti questi elementi portarono alla sua grande diffusione. Un’altra maschera che era molto utilizzata, questa volta in via esclusiva dalle donne, era la “Moretta” o “Servetta muta”: era formata da un ovale che doveva essere assicurato al volto mordendo con i denti un piccolo bottone (finché la si indossava era quindi impossibile parlare) ed era di colore nero, scuro, per i veneziani “moro” (da qui “moretta”).  La donna che la indossava era subito avvolta da un alone di mistero: non era infatti costretta a rivolgere la parola a tutti ma poteva selezionare accuratamente la persona a cui far dono della visione del proprio volto e del suono della propria voce.

Dario Fo – Lezioni di teatro – la maschera e l’attore