
La nascita del mercato dell’arte
Il commercio delle opere d’arte, inteso nel senso moderno del termine, si sviluppa a partire dal XVII secolo prevalentemente nelle città di Londra e Amsterdam.
Quali caratteristiche possedevano queste capitali per permettere lo sviluppo di tale mercato?
Amsterdam in questo periodo grazie ai suoi abili marinai e cartografi dominava il commercio mondiale attraverso la Compagnia delle Indie Orientali (fondata nel 1602) e inoltre possedeva una fiorente economia legata all’ingegneria navale e alla raffinazione dello zucchero: il benessere economico si diffuse abbastanza omogeneamente sulla popolazione dando così origine a una vasta classe borghese pronta ad affermare il proprio rinnovato status sociale.
Londra, dall’altra parte, si stava affermando come maggior centro finanziario europeo, riuscendo a fine secolo a strappare tale primato alla stessa Amsterdam; anche l’Inghilterra ad inizio secolo fondò la sua compagnia commerciale chiamata Compagnia Inglese delle Indie Orientali traendo grandi benefici economici dal commercio navale. La capitale inglese, come quella olandese, beneficiò della vivacità economica di questo secolo e anche qui si fece spazio una nuova classe sociale formata da mercanti e media borghesia. Alla tradizionale domanda di dipinti della nobiltà si aggiunsero, quindi, anche le richieste di questo nuovo segmento della popolazione che era desideroso di abbellire le proprie case con dipinti che raffigurassero soggetti storici, paesaggi, nature morte, scene di genere e ritratti.
All’aumento della domanda corrispose una modifica dell’offerta dei dipinti: numerosi pittori, infatti, scelsero di specializzarsi in uno solo dei soggetti sopra citati e di affidarsi poi per la distribuzione ai mercanti di pietre preziose e ceramiche. Questi ultimi inclusero gradualmente le opere d’arte tra i beni proposti ed alcuni scelsero di dedicarsi totalmente a questo commercio, diventando mercanti d’arte.
Nel secolo successivo (XVIII) l’Inghilterra e la Francia emersero come i maggiori centri dell’arte globale: Parigi si affermava come grande capitale culturale e culla dei movimenti d’avanguardia mentre a Londra organizzavano le prime vendite quelle che sarebbero diventate le due più importanti case d’asta al mondo: Christie’s e Sotheby’s.
Per vedere l’entrata nel mercato dell’arte di quella che oggi è la più attiva piazza d’affari, cioè New York, bisogna attendere tempi più recenti: gli acquirenti americani iniziarono a dominare il commercio oramai divenuto globale durante la recessione del mercato tra il 1920 e 1930; è dal 1960 che New York e Londra si affermano come le due principali dominatrici del mercato dell’arte sfruttando anche lo svantaggioso nuovo sistema di tasse sulle vendite che proprio in quel periodo era stato introdotto in Francia. Durante gli anni Settanta la distinzione tra i due centri di arte internazionale si fece sempre più marcata: New York divenne il punto di riferimento per l’arte contemporanea, l’Impressionismo e il Post-Impressionismo mentre Londra si affermava come polo di eccellenza per gli Old Masters, l’arte inglese e francese del XVIII secolo e per le antichità asiatiche. Gli anni Ottanta rappresentano l’età d’oro del mercato dell’arte: il calo dell’inflazione, la diminuzione del costo del petrolio e la crescente ripresa produttiva diedero nuovo ossigeno agli investimenti e crearono una classe di nuovi ricchi pronti a impiegare il proprio denaro nell’acquisto di opere d’arte. Salirono quindi vertiginosamente le quotazioni fino ad arrivare al culmine nel biennio 1988-1989; sono soprattutto le gallerie, i mercanti e le fondazioni giapponesi che immettevano grandi capitali nel mercato favoriti dalle agevolazioni fiscali nipponiche che permettevano di scaricare dalle tasse buona parte delle cifre spese per i grandi capolavori europei.
Quale imprenditore europeo si sarebbe potuto permettere di comprare il famoso “Ritratto del dottor Gachet ” di Vincent Van Gogh acquistato il 5 maggio 1990 per la cifra record di 82,5 milioni di dollari?
Pochissimi si sarebbero potuti permettere un acquisto di tale tenore e così l’opera finì nella collezione del magnate giapponese Ryoei Saito, diventando così il più costoso quadro venduto fino a quel momento.
Se gli anni Ottanta rappresentarono l’esplosione, gli anni Novanta rappresentarono il ridimensionamento: questo decennio si aprì con un inaspettato rialzo dei tassi d’interesse da parte delle banche giapponesi, che portò molti collezionisti ad andare in perdita, spesso a causa di una mancata liquidità dovuta a precedenti acquisti sbagliati. Molte collezioni rimasero nei caveau delle banche, precedentemente offerte come garanzia a fronte dei finanziamenti aziendali, consumati durante la recessione. Questo crollo servì da freno per la speculazione irrazionale che aveva contraddistinto gli anni precedenti: soprattutto l’Impressionismo e il Post-Impressionismo, infatti, erano stati oggetto di una rivalutazione senza precedenti.
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